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Il commercio equo e solidale come espressione della responsabilità sociale delle imprese e dei consumatori. Il caso Coop.

Informazioni tesi

  Autore: Daniela Stemperini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università per stranieri di Perugia
  Facoltà: Tecnica Pubblicitaria
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Mauro Bernacchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

L’obiettivo dell’imprenditore - teorizzato anche nell’economia classica - della massimizzazione del profitto è stato messo in secondo piano dalle attuali politiche gestionali che valutano l’impatto delle azioni imprenditoriali non solo sul piano economico e finanziario, ma anche su quello sociale ed ambientale.
L’assunzione di pratiche di responsabilità sociale da parte delle imprese non consiste soltanto nel rispettare le leggi e le norme vigenti in materia di inquinamento, diritti dei lavoratori, diritti dei minori, qualità dei prodotti, e così via, poiché il semplice rispetto della legge non risponde alle attese che la società ha verso l’impresa e non la rende socialmente responsabile. La responsabilità sociale d’impresa si attua mediante l’integrazione di un modello di gestione in grado di portare benefici reali agli “stakeholder” con cui l’impresa interagisce, compresi quelli più lontani sul piano spaziale.
Negli ultimi anni, non solo le imprese ma anche i consumatori hanno iniziato ad adottare pratiche di consumo socialmente responsabile, tra le quali possiamo citare il “consumo critico”, l’acquisto di prodotti equi e solidali e la sottoscrizione di fondi etici. Per andare incontro a queste nuove esigenze dei consumatori le aziende, in particolare le catene di distribuzione, hanno iniziato ad affiancare ai tradizionali prodotti in assortimento altri prodotti ad alto valore sociale, rappresentati soprattutto da quelli appartenenti al commercio equo e solidale.
Il commercio equo e solidale rappresenta una forma di responsabilità sociale sia per le imprese che si impegnano per la sua diffusione sia per i consumatori che, mediante l’atto d’acquisto di quei prodotti, possono intervenire “direttamente” nelle dinamiche dello sviluppo sostenibile. Il commercio equo e solidale, ovvero una forma di mercato alternativo a quello tradizionale, nato per sostenere le comunità produttive più svantaggiate nel loro sviluppo economico, in Italia sta trovando larga diffusione presso le grandi catene di distribuzione, oltre ai punti vendita specializzati.
Tra le prime aziende ad aver sperimentato con successo la commercializzazione di questi prodotti è stata Coop, azienda leader nel settore della grande distribuzione da sempre impegnata sul piano sociale. Nel descrivere l’esperienza di questa azienda nell’ambito del commercio equo e solidale ci siamo avvalsi della gentile collaborazione del dottor Franco Cappelli, Csr manager di Coop Italia, responsabile della selezione ed organizzazione dei progetti per la realizzazione dei prodotti equi e solidali a marchio Coop e di altre iniziative sociali promosse da Coop.

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1 INTRODUZIONE Nel 1970 l’economista Milton Friedman affermava: “Vi è una sola responsabilità sociale d’impresa: aumentare i profitti.” Se questa affermazione poteva avere un senso e un riscontro nella logica d’impresa degli anni ’70, oggi sicuramente le cose sono notevolmente cambiate. L’obiettivo dell’imprenditore - teorizzato anche nell’economia classica - della massimizzazione del profitto è stato messo in secondo piano dalle attuali politiche gestionali che valutano l’impatto delle azioni imprenditoriali non solo sul piano economico e finanziario, ma anche su quello sociale ed ambientale, perché l’impresa deve rendere conto delle proprie azioni non soltanto agli “shareholder” (azionisti) ma anche a tutti gli “stakeholder”, ovvero a tutti i soggetti che con l’impresa si trovano ad interagire in maniera più o meno diretta (dipendenti, clienti, fornitori, associazioni di consumatori, sindacati, gruppi ambientalisti, mass media). E’ opportuno puntualizzare che questo processo non riguarda solo le grandi imprese ma anche (e forse soprattutto) le piccole e medie imprese che, almeno in Italia, rappresentano la parte più numerosa delle attività imprenditoriali. Per sopravvivere, l’impresa

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