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L'album di famiglia. La cultura della sinistra radicale in Italia dagli anni Cinquanta agli anni Settanta.

Informazioni tesi

  Autore: Serena Paola Perfetto
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Comunicazione politica, economica, istituzionale
  Relatore: Giovanni Orsina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 279

Prima di tutto, è necessario cominciare dalla spiegazione del titolo, in particolare dall’espressione “album di famiglia”, quale idea portante dell’intero elaborato. È stata, infatti, la formula utilizzata da Rossana Rossanda il 28 marzo 1978, su Il Manifesto, all’interno del Corsivo “Discorso sulla Dc” a suscitare maggiore curiosità; scriveva la giornalista:

“In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi di Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo”.

L’articolo compariva, dunque, esattamente trent’anni fa sulla prima pagina del quotidiano, in occasione di uno dei più tragici momenti della storia d’Italia: le Brigate Rosse avevano diffuso, nel giorno di Pasqua, il secondo comunicato dall’inizio del sequestro di Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, rapito il 16 marzo mentre si recava in Parlamento, per il voto di fiducia della Camera al Governo Andreotti.
“Ma, quale sarebbe il legame tra l’album di famiglia e la Democrazia Cristiana?” è stato il primo interrogativo sollevato dalla lettura dell’articolo. La perplessità in merito è apparsa piuttosto fondata poiché, rileggendo il testo con una certa attenzione, si è scoperto, tra le righe, una sorta di invettiva contro il Partito Comunista. Come certamente noto, Rossana Rossanda, prima che giornalista de Il Manifesto, fu militante del Pci; però, in seguito alla contestazione studentesca e alle posizioni in contrasto con quelle del partito, assunte dalla Rossanda e da altri militanti, il Pci ne decise la radiazione.
Il retroscena, per così dire, “politico” non è bastato tuttavia a soddisfare l’interesse “storico” verso la questione. Giungendo al cuore dell’articolo, la Rossanda sottolineava, prima di tutto, come chiunque riscontrasse, nel testo diffuso dal gruppo terroristico, una critica alla DC, non avrebbe potuto ignorare, allo stesso tempo, il richiamo alla propaganda politica di qualche decennio prima, la stessa su cui il Pci aveva costruito la sua forza di partito della classe operaia contro la dominazione borghese. Era stato poi, all’inizio degli anni Settanta, con la costruzione del dialogo con la Democrazia Cristiana e con l’idea di «compromesso storico», che la sinistra storica aveva adattato le proprie strategie a quelle della destra, senza tuttavia pensare di cambiare gli apparati dello Stato e rafforzare il legame con le masse. A causa di questa trascuratezza, si erano create le “peggiori falle” nella sinistra italiana, dalle quali era nato il terrorismo brigatista.
Quando, infatti, il fenomeno brigatista raggiunse l’apice, il Pci si presentava come il risultato di una serie di trasformazioni che lo avevano allontanato dalla rigida impostazione degli anni Cinquanta. La domanda che trapela, pur non esplicitamente, dall’articolo è dunque la seguente: “Quanto spazio ha lasciato scoperto alla propria sinistra e quanto margine di azione questo spazio ha offerto ai gruppi più estremisti?”. Per la Rossanda, dunque, il fatto che le Brigate Rosse si richiamassero continuamente a quelle lotte, a quegli obiettivi, a quei soggetti su cui il Pci aveva fondato la propaganda degli anni Cinquanta, avrebbe aperto, per il movimento comunista italiano, una sorta di “conto con la storia”: il Pci avrebbe dovuto guardare a tutto il suo passato, dal dopoguerra agli anni Cinquanta, dal Sessantotto sino agli anni Settanta, per confutare l’ipotesi seconda cui il partito sarebbe stato – suo malgrado – il teorico di ciò che, a distanza di trent’anni, le Brigate Rosse avrebbero messo in pratica.
Cogliere l’eventuale filo rosso tra il Pci degli anni Cinquanta e le Brigate Rosse degli anni Settanta è diventato dunque il primo obiettivo del lavoro: passo dopo passo, dunque, si è cercato di capire se l’impostazione ideologica del Pci del secondo dopoguerra, quella che ha messo insieme i tratti essenziali dei maestri Marx e Lenin con lo stalinismo, sia stata la base recuperata dalle Brigate Rosse per rispondere alla dirigenza comunista degli anni Settanta, alla terza generazione di comunisti italiani che, sotto la guida di Enrico Berlinguer, ha avviato una svolta revisionista definitiva, avvicinando il partito al governo e alla Democrazia Cristiana.

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5 Introduzione “In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi di Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo 1 ”. Era il 28 marzo 1978. Rossana Rossanda rispondeva, dalle pagine de Il Manifesto, al secondo comunicato delle Brigate Rosse dall’inizio del sequestro di Aldo Moro 2 . Secondo questo comunicato, il «Tribunale del Popolo» aveva deciso di processare Aldo Moro, in quanto presidente della DC, nonché capo del SIM (Stato Imperialista Multinazionale) e rappresentante degli interessi della borghesia imperialista 3 . Urgeva dunque una doppia spiegazione su cosa fosse la politica democristiana, e cioè: “una ulteriore dimostrazione della completa subordinazione dello SIM - Italia alle centrali imperialiste, ma è anche una visione chiara di come per le forze rivoluzionarie sia improrogabile far fronte alla necessità di calibrare la propria strategia in un'ottica 1 Rossana Rossanda nell’articolo per Il Manifesto del 28 marzo 1978. Cfr. Appendice. 2 Il volantino con la stella a cinque punte, firmato BR, era fatto recapitare contemporaneamente in quattro città italiane (Roma, Milano, Torino, Genova). Si può affermare, senza troppi indugi, che esso si presentava come lo spaccato ideologico dell’organizzazione terroristica. In quelle poche pagine, le Brigate Rosse non facevano mancare proprio nulla: era un intreccio di perché, di ragioni politiche, di spiegazioni ideologiche, di chiarimenti strategici. 3 Le BR scrivono queste righe con logica e razionalità perché è evidente che nulla deve essere lasciato ad interpretazioni personali e diverse da quelle volute dai brigatisti: due parti dunque, l’una tesa a dimostrare che la scelta di Aldo Moro non è casuale (attraverso il ripercorso delle tape della vita politica del leader democristiano); l’altra a spiegare come agisca il terrorismo imperialista e come ad esso deve rispondere l’internazionalismo proletario.

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