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Dallo stereotipo al fumetto, dal fumetto allo stereotipo

Il discorso sugli stereotipi sociali si lega a quello del fumetto per più ragioni.
In primo luogo perché il fumetto, come forma di comunicazione, li veicola. E ne è un tramite a due livelli: come forma d’arte esso è sempre espressione di un intero sistema di valori, di idee e di credenze (tra cui gli stereotipi); come forma di comunicazione di massa esso ne rende capillare la diffusione. L’efficacia della comunicazione è poi aumentata dal fatto che, nel fumetto, contenuti culturalmente non neutrali come lo stereotipo passano in maniera sottile e quasi impercettibile perché mediata dal comico, dalla parodia, dall’apparente ingenuità del linguaggio e dal divertimento che suscitano.
In secondo luogo lo stereotipo si lega al fumetto perché “gli somiglia”. I comics si prestano a veicolare gli stereotipi perché, esattamente come questi ultimi, danno una rappresentazione della realtà filtrata da schemi tipici di una cultura e di una società in un determinato momento storico. E lo fanno usando un linguaggio evocativo che seleziona, accentua, connota e carica di significato. Un linguaggio che, nella sua semplicità ed essenzialità, è in grado di amplificarsi, adattarsi ed includere un’infinità di situazioni. Infine, in entrambi i casi si parte dal presupposto di un lettore o interprete che è parte attiva di un processo di “negoziazione” del significato da attribuire tanto alla realtà sociale quanto al racconto. Processo che si svolge all’interno di una cornice sociale e culturale condivisa che guida l’interpretazione essendone allo stesso tempo riprodotta.
Un’ultima osservazione, per concludere, potrebbe provocatoriamente essere quella per cui considerare il rapporto tra fumetto e stereotipi è anche servito per smentire uno stereotipo diffuso e corrente sul fumetto stesso: quello che lo vede come una semplice ed innocua forma di intrattenimento ed una forma di comunicazione che si serve di un linguaggio privo di una specificità, di spessore artistico e di una funzione sociale.

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1 INTRODUZIONE Forse non fu un caso che il termine stereotipo venne introdotto nelle scienze sociali proprio in un libro dedicato ai mass media e ai processi di formazione dell’opinione pubblica: mi riferisco ovviamente al libro Public Opinion scritto dal giornalista Walter Lippmann nel 1922 in cui l’autore, anticipando alcuni punti essenziali delle moderne analisi, mostra come la conoscenza della realtà sia sempre mediata dalle rappresentazioni mentali che di quella realtà ciascuno si forma, in questo fortemente condizionato dalla stampa che si avviava allora a diventare un mezzo di comunicazione di massa. Ogni forma di cultura inevitabilmente esprime e comunica il mondo in modo parziale ed “interessato” perché sempre legato, consapevolmente o meno, ad un punto di vista. Questa non neutralità si coglie sia a livello dei contenuti espressi, sempre intrisi delle credenze e dei valori propri ad un contesto sociale, sia a livello dei mezzi e dei linguaggi usati per esprimerli. I linguaggi, da quello verbale a quello artistico, non sono solo strumenti “asettici” per veicolare cultura in quanto ne sono essi stessi imbevuti. Ogni lingua, con i suoi vocaboli e la sua grammatica, ritaglia la realtà in modo peculiare e funzionale ad una particolare visione del mondo. Questo vale, a maggior ragione, per l’arte in cui l’opera coincide con il messaggio stesso. Anche nel caso delle comunicazioni di massa la non neutralità emerge nell’uso che della mera tecnologia, atta a produrre e diffondere i messaggi, viene fatto: un uso che riflette sempre le esigenze, i bisogni emergenti in un contesto socioculturale e storico. I media non sono solo tecnologie ma “apparati socio-tecnici” cioè “sistemi” socio-economici di utilizzo delle stesse, “il che significa che un ruolo fondamentale è svolto sia dagli attori sociali […] sia da regole che nulla hanno a vedere con lo sviluppo tecnico in se stesso” (Colombo, 2003, p. 17).

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Barbara Inselvini Contatta »

Composta da 42 pagine.

 

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