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Comunisti e radicali nella battaglia per i diritti civili

La scelta dell’argomento di questa tesi deriva dal desiderio d’approfondire le mie conoscenze riguardo alla lunga vicenda della legalizzazione del divorzio. Volevo comprendere in che modo le forze progressiste presenti in Parlamento riuscirono, nel lontano 1970, ad approvare una legge dirompente come la Fortuna-Baslini, nonostante la ferrea opposizione del Vaticano e della Dc.
La curiosità nasceva spontanea di fronte al deprimente spettacolo messo in scena dalla classe politica odierna che, timorosa di scontentare le gerarchie ecclesiastiche, è incapace di riconoscere i sacrosanti diritti delle unioni di fatto, di legiferare decentemente sulla questione della fecondazione assistita e di discutere serenamente d’eutanasia. Volevo anche capire come le stesse forze convinsero il 59,3% degli italiani a difendere, nel referendum del 1974, il divorzio. Inevitabile chiederselo visto il recente fallimento del referendum sulla fecondazione assistita, segnale di indifferenza e mancanza di senso d’appartenenza alla collettività da parte di un popolo. Dovendo delimitare il campo della ricerca, ho deciso di seguire la vicenda attraverso l’azione di due forze politiche del fronte divorzista, i radicali e i comunisti. La scelta è caduta su questi due soggetti politici non casualmente; il Pci è il partito la cui storia meglio conoscevo, i radicali perché nell’immaginario collettivo la loro fortuna è inscindibilmente legata al referendum del 1974. Nonostante la decisione di concentrarmi su due partiti favorevoli al divorzio, i burrascosi rapporti tra il partito di Pannella e i comunisti mi hanno permesso di seguire la vicenda da prospettive differenti. Terminata la mia ricerca posso affermare che i radicali, contrariamente a quanto comunemente divulgato dalle ricostruzioni giornalistiche, contarono maggiormente nella fase dell’iter legislativo del divorzio ed incisero meno nella vittoria referendaria. Il successo dell’iniziativa parlamentare di Loris Fortuna deve molto alla lotta e all’impegno di Pannella e Mellini nella Lid; certo i radicali s’impegnarono generosamente per la vittoria dei “no”, ma la mobilitazione del popolo comunista nel referendum del 1974 fu decisiva.
Il Pci aveva vissuto con fastidio l’iniziativa di Fortuna; negli anni sessanta del secolo scorso la maggioranza del partito era ancora portata a considerare il divorzio una questione di scarso interesse per il movimento operaio. La convinzione che solo i temi economici e sociali meritassero il pieno impegno del partito condurrà il Pci ad accumulare un considerevole ritardo nella comprensione dell’evoluzione del costume degli italiani. Occorre anche sottolineare la diffidenza comunista verso le iniziative extraparlamentari dei radicali e della Lid, un atteggiamento ostile che per certi versi ricorda quello riservato dal Pci al movimento studentesco. Sulle decisioni del Pci riguardo al divorzio, soprattutto durante la tortuosa marcia d’avvicinamento al referendum, pesò parecchio la strategia volta all’incontro con il mondo cattolico e la Dc. Ciò non impedì ai comunisti, di fronte alla sfida dell’oltranzismo cattolico, d’affrontare lo scontro finale e di vincerlo.
Per concludere rispondo alle due domande che mi sono posto prima d’iniziare questa ricerca. Come riuscirono le forze progressiste a varare la Fortuna-Baslini? Come convinsero milioni di cittadini a difenderla con la vittoria del “no” al referendum del 1974? Probabilmente la classe politica dell’epoca era di livello superiore rispetto all’attuale. Solo così è spiegabile l’approvazione di una legge che suscitava la granitica opposizione del cattolicesimo intransigente, allora più che oggi potente veicolo del consenso popolare. Pur con le tortuosità e la ricerca d’improbabili mediazioni i partiti laici riuscirono, in una situazione di grande difficoltà economica e sociale per il paese, a non piegarsi di fronte al Vaticano e alla destra reazionaria. Con il divorzio aprirono una grande stagione riformatrice che portò alla legalizzazione dell’aborto e al varo della riforma del diritto di famiglia. Forse sono peggiorati anche gli italiani, al riguardo temo sia aumentata la percentuale dei “consumisti americaneggianti” di cui scriveva Pasolini, e degli indifferenti. Recentemente il cardinale Tarcisio Bertone ha affermato di rimpiangere come “avversario” il Pci di Gramsci, Togliatti e Berlinguer e accusato l’attuale classe politica di deriva laicista. Anch’io li rimpiango, magari assieme ad un Pannella con trent’anni in meno.

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3 Introduzione Il 12 e il 13 maggio 1974 gli italiani sono chiamati a votare per il referendum abrogativo della Fortuna-Baslini; tocca agli elettori l’ultima parola sulla legge che, dal 1° dicembre 1970, ha reso possibile lo scioglimento del matrimonio. Il responso delle urne è sorprendente: il 59,3% dei cittadini vuole mantenere nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto del divorzio. E’ una grande vittoria delle forze laiche e progressiste del paese ed una sconfitta storica del conservatorismo cattolico che, subito dopo l’approvazione della legge, si è impegnato ad organizzare il referendum. Gli oltranzisti del Cnrd (Comitato Nazionale per il Referendum sul divorzio) erano convinti che il richiamo ai tradizionali valori del cattolicesimo, a loro giudizio condivisi dalla maggioranza degli italiani, sarebbe bastato ad annullare la sciagurata legge, frutto del provvisorio fronte laico costituitosi in Parlamento. Al contrario, l’immagine che esce dalle urne è quella di un paese più avanzato e moderno rispetto a quello raffigurato dagli stessi partiti divorzisti. La vicenda del divorzio rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Italia repubblicana; la maggioranza del Parlamento prima e quella degli italiani poi, nelle materie attinenti il rinnovamento del costume e dei diritti civili, finalmente affermano la propria indipendenza rispetto

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Corrado Barbero Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

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