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La psicosi e la cura in istituzione. Considerazioni cliniche a partire dal pensiero di Lacan e da un'esperienza di tirocinio in due comunità psichiatriche

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Pavese
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia clinico-dinamica
  Relatore: Bruno Vezzani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 165

La follia come vertigine dell'esperienza umana, come una delle sue possibilità più intime, non rientra nel campo delle disabilità, ma di un altro rapporto col mondo, con sue categorie intimamente peculiari. Secondo Lacan è l'Altro, inteso come campo del Linguaggio e del Simbolico, che si sgretola nella psicosi, quindi non il soggetto; questi raccoglie le conseguenze di un mondo che per lui non si è umanizzato, non si è ordinato. In che modo lavorare per restituire al folle la sua dignità e una vita meno esposta? Come si configurano i luoghi che danno voce alla follia e lavorano senza quel furor sanandi che altro non è che una spinta all'invalidazione assistita o al riadattamento ortopedico e normativo? Esistono, soprattutto se esiste un'équpe che al suo interno sappia pensare, che sappia rispettare i tempi dei pazienti e che bonifichi al suo interno tutte le ambizioni narcisistiche. Un'équipe in viaggio, che non si valuti mai come arrivata a destinazione, animata al suo interno da quello che Lacan chiamava un "desiderio di sapere". La mia tesi nasce dall'esperienza maturata presso il Centro Diurno di Villa Bisutti (Pordenone) e la Comunità psichiatrica Madonna Nicopeja (Lido di Venezia)

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XI INTRODUZIONE Solo l assolutamente estraneo pu istruirci. E. LØvinas Se si parla di psicosi, quello che appare davanti agli occhi Ł l immaginario che ha sempre accompagnato l idea del folle; reietto per eccellenza, marginale a qualsiasi presunto criterio di normalit , esiliato spesso in un ottica di resto, di scarto, come ci che residua dal campo della ragione. L esclusione sociale che lo contraddistingueva ai tempi dei vecchi manicomi, istituzioni totali per eccellenza, luoghi periferici, architettonicamente freddi ed austeri, rigidamente improntati secondo un ottica di contenimento e alienazione, sembrerebbe per un ricordo ormai lontano. Sembra essere passata molta acqua sotto ai ponti dagli anni della legge-180, che ha decretato la chiusura delle istituzioni manicomiali; tanto che oggi le retoriche sociali e i discorsi dominanti tendono a parlare sempre piø di cura e riadattamento sociale, facendo spesso confluire un aspetto sull altro. Il folle sembra aver ritrovato quel posto sociale che pareva aver perso; Ł l che deve tornare, in mezzo agli altri, nella comunit del quotidiano. Ma a dire cosa? Ed in che modo? A partire da quale differenza soggettiva? In una societ che fa sempre piø effetto-massa, in cui il particolare fa fatica a farsi spazio, i desideri vengono rapiti da quei feticci che sono gli oggetti di consumo e prendere la parola in maniera attiva e responsabile Ł sempre piø difficile, sembra un utopia pensare di dar spazio alla voce dell Altro, l alterit per eccellenza, quella folle, senza cadere nel rischio dell assimilazione al discorso corrente nel quale siamo immersi, senza barricarsi nello specialismo estremo che trasforma la complessit umana in una batteria di tecnicismi, di supposti-saperi. E se la cura della follia coincidesse con la possibilit di prenderci-cura , parafrasando Heidegger? Se si potesse riabilitare il nostro modo di fare comunit proprio a partire dal riconoscimento della posizione del folle, in tutta la sua

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