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Le traduzioni italiane di Le Dindon di Georges Feydeau

Informazioni tesi

  Autore: Annamaria Martinolli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Scuola sup. di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori
  Corso: Traduzione letteraria e traduzione tecnico-scientifica
  Relatore: Manuela Raccanello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 89

Attraverso l'analisi comparativa di quattro traduzioni italiane della commedia Le Dindon di Georges Feydeau, la presente tesi vuole mettere in evidenza i problemi che il traduttore deve affrontare quando si occupa di traduzione teatrale. Problemi legati non solo al linguaggio utilizzato dall'autore per rappresentare i vari personaggi (e che il traduttore deve cercare di riprodurre), ma anche alle scelte riguardanti il contesto ricevente.
Il testo originale è del 1896, mentre le quattro traduzioni si situano in un arco di tempo che va dal 1902 al 2005. Tre delle traduzioni sono destinate a prender vita sul palcoscenico, e a confrontarsi con le reazioni del pubblico, mentre la quarta fa parte di una delle prime raccolte italiane delle opere di Feydeau.
L'obiettivo dell'analisi è dimostrare come, nel caso di una traduzione teatrale, l'attenzione del traduttore non deve focalizzarsi tanto sul riprodurre fedelmente il testo quanto sul tradurre i contesti e le situazioni in esso rappresentate per permettere a un pubblico estraneo alla cultura di origine di recepire l'opera. La traduzione di una pièce di Feydeau, infatti, comporta numerose difficoltà legate sia al tipo di comicità, caratterizzata da numerosi giochi di parole intraducibili letteralmente, sia alle continue allusioni alla società francese del suo tempo.
Interessante da questo punto di vista è l'adattamento del 1902 di Eduardo Scarpetta in quanto, pur trattandosi più di un rifacimento che di una traduzione, riesce a riprodurre perfettamente in un contesto partenopeo la comicità che contraddistingue Feydeau, ricreando i giochi di parole, adattando al mondo napoletano le allusioni alla realtà francese e mantenendo quella logica che può rendere plausibile una situazione improbabile.
Nell'ambito della tesi viene brevemente analizzato anche l'atteggiamento di alcuni registi francesi che si sono occupati della messinscena dell'opera dopo la scomparsa dell'autore. In questo modo è possibile rilevare come determinate scelte rappresentative possano dipendere da fattori non meramente traduttivi ma dal tentativo di facilitare la comprensione del testo da parte del pubblico.

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1 1 Introduzione Lo scopo della presente tesi è l‟analisi critica di quattro versioni italiane della commedia Le Dindon (1896) di Georges Feydeau. Nello specifico si tratta di Madama Sangenella (1902), traduzione e adattamento di Eduardo Scarpetta, Il somaro (1970), traduzione di Sandro Bajini, Il tacchino (1998), traduzione, riduzione e libero adattamento di Sandro Conte e Il tacchino (2005), traduzione e riduzione di Valeria Bisoni. I testi presi in esame spaziano dunque dal 1902 al 2005 e permettono di valutare non solo il modo in cui l‟autore viene recepito in Italia, ma anche come traduttori diversi optino per scelte diverse a seconda del pubblico a cui si rivolgono. L‟analisi è altresì integrata da un capitolo riguardante l‟atteggiamento assunto nei confronti dell‟opera da alcuni registi francesi che ne hanno curato la messa in scena dopo la scomparsa dell‟autore. Come vedremo, benchè in questo caso non ci sia un passaggio da una cultura all‟altra che possa influire sulle scelte dell‟allestimento, i registi sono indotti ad adeguare il testo alle loro esigenze e agli obiettivi che si sono prefissati. Questo ci dimostrerà che ci possono essere fattori indipendenti dall‟atto traduttivo alla base di una specifica linea di condotta. Il nostro percorso analitico muove innanzitutto dalla riflessione sulla comicità in Feydeau e sulla possibilità di riprodurla, mediante il processo traduttivo, in modo da essere recepita adeguatamente da un pubblico estraneo alla cultura di origine della pièce in questione. Il problema che si pone, in effetti, è proprio quello derivante dal contesto in cui l‟opera è stata concepita, contesto non solo letterario (relativo alla tradizione teatrale francese dell‟epoca di Feydeau), ma anche sociale, morale, culturale e storico-geografico della civiltà rappresentata sulla scena e di quella presente in platea. Questo è il motivo per cui l‟obiettivo di una traduzione teatrale non deve essere tanto quello di tradurre gli enunciati quanto di tradurre i contesti e le situazioni in modo da permettere una comprensione immediata e una conseguente reazione da parte di chi assiste alla rappresentazione.1 Un altro elemento da prendere in considerazione è la durata dello spettacolo teatrale, che all‟epoca di Feydeau si aggirava attorno alle quattro ore. Oltre alla rappresentazione di un‟opera dell‟autore in cartellone era prevista quella di un atto unico di un altro autore; da ciò si rileva che le commedie, da sole, durassero almeno tre ore. Attualmente questo non è più possibile e di conseguenza uno degli obiettivi dei traduttori è anche quello di operare dei tagli con lo scopo di far rientrare la commedia nelle due ore abituali – due ore e mezza al massimo; 1 Cfr. Georges Mounin, Teoria e storia della traduzione, Torino, Einaudi, 2006, pp. 153-158.

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