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Musica per gli occhi. Immagini per gli orecchi

Informazioni tesi

  Autore: Vittorio Lentini
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: scenografia
  Corso: Scenografia
  Relatore: Paolo Ferruzzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

E’ veramente curiosa l’evoluzione delle arti nel Novecento. La pittura è quasi totalmente sganciata dalla tela e dal pennello trasformandosi in arte visiva, smarginando la tela e riempiendo, spesso, tutti gli spazi. La musica ha fatto suo lo specifico della pittura classica acquisendo di fatto le modalità creative della tela e del pennello. Mi spiego. Da circa metà del secolo scorso, il suono si può vedere. Ormai credo tutti, chi più chi meno, hanno visto questa sorta di “radiografia” che è l’immagine dello spettro sonoro, di qualsiasi suono. Di conseguenza tutta l’informatica musicale svolge la funzione, per rimanere in tema con la pittura, di potente pennello e di tela. Con l’informatica musicale, infatti, si può attingere al suono, a tutti i suoni, come a veri e propri colori con cui dipingere.
Già il grande scenografo veneto del Settecento, Pietro Gonzaga, nel suo primo scritto La musica degli occhi, riflette a lungo sul concetto di musica come abbellimento, affrontando i problemi legati alla messa in scena. L'opera in musica è da lui considerata come lo spettacolo più completo e bisognoso delle visioni artificiali, in quanto basato sulla combinazione delle sensazioni uditive e visuali.
Il mio studio di tesi vuole percorrere tutte le tappe fondamentali e le esperienze passate di studio dei suoni e dei colori insieme ad un atteggiamento introspettivo che ha portato Andrea Liberovici ad interpretare testi, musiche, scene e visioni, sperimentando nuovi motivi di relazione con le nuove tecnologie, assemblando e connettendo: video/visioni con materiali testuali (poesia, letteratura), con ambienti sonori (musica, rumori), con installazioni (materiali naturali e artificiali), con corpi in azione. Un nuovo orientamento teatrale inteso come arte che raccoglie tutte le arti; che si espande e si dilata verso altri linguaggi, verso luoghi e progetti “dove la vita scorre” e dove la rappresentazione è completamente aperta verso tutti i sensi della percezione, come in un sistema di forze.
Comincio con uno studio di ricerca sulla “Musica Visiva” e l’importanza della musica in una rappresentazione che non necessita di strutture sceniche particolarmente elaborate; fino a
capire attraverso quali vie, dopo le avanguardie del Novecento, oggi il teatro si possa evolvere con l’avvento delle “nuove arti”: video proiezioni, performance, installazioni che hanno mutato lo stile di fare spettacolo, ma che contemporaneamente si rifanno al montaggio di immagine e suono del cinema muto. Infine provo a dimostrare l’argomento di tesi, elaborando il dramma con musica di Arnold Schönberg (La Mano Felice), mettendo in pratica gli studi effettuati. Un’opera completata nel 1910 e rappresentata ben poche volte a causa di motivi logistici, legati alla regia e alle “nobili” esigenze illuministiche del compositore stesso, esplicate negli scritti del 1930 (note di regia per La Mano Felice) che allego al volume. Il mio intento è quello di interpretare l’opera e renderla attuale, indagando nei nuovi linguaggi della percezione, in un’epoca, questa, dove la tecnologia ha preso il sopravvento!
È evidente come la percezione del pubblico sta cambiando, anzi è già cambiata. Ho la sensazione che, in quanto spettatori, siamo sempre più educati a recepire l’idea di un’opera d’arte totale. Oggi i nostri sensi sono abituati ad essere bombardati da innumerevoli sollecitazioni audiovisive, che danno origine a un nuovo modo di percepire. Uno dei principali effetti, ma insieme causa, di questa evoluzione percettiva è che ciascuno di noi si è abituato a costruire il proprio spettacolo con il telecomando, mettendo più o meno consapevolmente in moto un linguaggio del “montaggio” che è diventato ormai parte integrante del nostro modo di intendere la drammaturgia e in particolare il suo ritmo comunicativo.
Penso comunque che il teatro di interpretazione, il teatro che testimonia un testo, il teatro composto da scenografie colossali e visivamente “barocche”, abbia ancora oggi una sua piena ragione di esistere. Ma d’altra parte, c’è anche un teatro diverso, da sperimentare. Un teatro che mi appare assolutamente necessario, sia soggettivamente sia oggettivamente, in rapporto al tempo in cui sto vivendo.
Continuare a fare un teatro tradizionale è un po’ come scegliere di andare in carrozza in un mondo in cui sono già state inventate le automobili. Certo è una cosa bellissima, che dà un grande piacere; ma non possiamo fare a meno di percepire che esiste anche un altro mondo che ci sollecita a richiedere, come pubblico, una nuova forma, visto che siamo abituati a ritmi diversi di narrazione, che in pochi minuti sa sintetizzare in sé un intero universo di suoni e immagini.

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