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''Il più ardente desiderio''. Il martirio nell' Islam dalla tradizione all'epoca contemporanea.

Informazioni tesi

  Autore: Melania Busacchi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Patrizia Manduchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 123

Il mio lavoro è articolato in tre parti: la prima parte è dedicata al martirio nell’islām classico (il cui prototipo è rappresentato dalla figura dell’imām Husayn, nipote di Muhammad, morto nella battaglia di Karbalā contro l’esercito omayyade), e al martirio nell’islām medievale (rappresentato dagli hashīshīyyun o Assassini che seminarono il terrore nel mondo musulmano sunnita compiendo una serie di omicidi-suicidi mirati). La seconda parte è dedicata al concetto di ğihād e ai suoi diversi significati e ad una serie di personaggi storici che sono considerati i “padri ispiratori del ğihād” (Ibn ‘abd-al-Wahhab, Muhammad ‘Abduh, Rashid Ridā, Hasan al-Banna’, Abu al-A‘la al-Mawdūdī, Sayyid Qutb e Ruhollah Khomeinī).
La terza parte della tesi è dedicata al concetto di šahīd e di šahāda (testimonianza); alle logiche che stanno alla base del terrorismo suicida (strategica, sociale ed individuale); ed infine alle organizzazioni del terrorismo suicida, a partire dal modello Bassiğe iraniano, passando per Hamas, Hezbollah e al-Qa‘ida, fino a giungere al fenomeno delle martiri palestinesi e cecene.


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INTRODUZIONE Quali pensieri scorrono nella mente di uno šahīd? Quali sono le motivazioni, le convinzioni, le aspirazioni e i riferimenti ideologici che spingono un uomo o una donna a compiere l’estremo sacrificio, a trasformare il proprio corpo in uno strumento letale? Non è facile dare una risposta univoca a queste domande. E soprattutto non si può dare un’unica interpretazione al fenomeno o ricondurlo ad un unico contesto storico-sociale. Ciò che intendo dire è che il fenomeno dei martiri islamici (o kamikaze, come impropriamente sono chiamati), non può essere ricondotto solamente agli attacchi suicidi dei Palestinesi contro i militari e i civili Israeliani. Le distinzioni sono d’obbligo. Oggi più che mai, visto che le “bombe umane” non si fanno più saltare in aria in luoghi “lontani da noi”. È qualcosa che ormai ci riguarda da vicino. L’attentato suicida ci lascia sbalorditi, impotenti e profondamente turbati: pensare, come afferma Reuter 1 , che vi siano «persone per le quali la causa per cui lottano, qualunque essa sia, è più importante della loro stessa vita. È un fatto che mette paura, che ci toglie il terreno sotto i piedi». Anche perché qualunque strategia preventiva o repressiva sarebbe vana contro individui che non hanno paura della morte, piuttosto la cercano. Inoltre gli stereotipi dei potenziali šahīd, che vengono continuamente propinati, non rispecchiano quella che è una realtà oramai appurata: verrebbe subito da pensare che gli attentatori suicidi siano degli individui non integrati nella società, depressi, disperati, con un basso livello di istruzione, poveri, indottrinati se non plagiati o che semplicemente cerchino la morte per godersi le famose settantadue vergini che li attendono in Paradiso (quest’ultima motivazione, tra l’altro, è la più inverosimile visto che oltre di derivazione coranica, gli attentati suicidi vengono compiuti anche da donne!). La realtà è diversa. Basti pensare agli attentatori dell’11 settembre che provenivano dalla Germania: non appartenevano a classi sociali basse, anzi, facevano tutti parte di famiglie medio o alto-borghesi, e non erano neanche degli individui poco istruiti 1 Reuter Christoph, La mia vita è un’arma. Storia e psicologia del terrorismo suicida, Tea, Milano, 2006, pag. 8. 5

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