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Le infrastrutture: un'analisi empirica per la regione Emilia Romagna

Il presente lavoro si occupa di verificare l'esistenza di una relazione tra l'ammontare di capitale pubblico investito in infrastrutture e la crescita della produttività di un'area territoriale. Dopo aver riportato le conoscenze internazionali in merito, nel primo capitolo, si passa a presentare la situazione infrastrutturale della regione Emilia Romagna con una ricostruzione storica dell'evoluzione di strade, ferrovie, aeroporti, approvvigionamento idrico, porti, sistema sanitario e del nuovo sistema di trasporto merci.
Infine nel terzo capitolo si presenta l'analisi empirica di carattere econometrico volta a evidenziare la reale entità della relazione economica in precedenza descritta. Per fare questo si è anche costruita una banca dati assolutamente originale che presenta gli stock di capitale pubblico disponibile in Emilia Romagna disaggregato per le singole province e per 9 tipologie di bene. I risultati finali da un lato sembrano confermare l'importanza di questa variabile per lo sviluppo economico della regione, dall'altro supportano i dubbi di Holtz-Eakin (1994) sull'argomento. Dunque il dibattito si dimostra aperto e necessita senza dubbio di nuovi contributi che possano condurre a conclusioni più precise. Solo negli ultimi anni '90 infatti l'argomento ha interessato gli studiosi di economia italiani. In realtà il tema è importante in un'ottica di corretto investimento del capitale pubblico in investimenti produttivi quali potrebbero essere le infrastrutture di diverso genere.

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3 INTRODUZIONE. Uno dei problemi che affligge i paesi più industrializzati ed economicamente sviluppati è il rallentamento che ha subito la crescita della produttività negli ultimi decenni. 1 Nel periodo 1950-1960, ricordato come quello del “miracolo economico”, i paesi dell’area OCSE sperimentarono buoni tassi di crescita tendenzialmente convergenti, sia tra le loro rispettive economie, che tra le diverse regioni al loro interno. In questi anni, tra l’altro, i paesi che mostrarono i migliori ritmi di crescita furono quelli che avevano subito maggiori danni dalla seconda guerra mondiale. Agli inizi degli anni ’70, la situazione generale cominciò a cambiare denotando le prime riduzioni dei tassi di crescita della produttività, anche se si registrò una certa disomogeneità nei livelli di sviluppo raggiunti dalle diverse aree territoriali. Questo risulta chiaro anche nell’analisi della relazione tra investimento pubblico e crescita della produttività nei paesi del G-7, operata da Aschauer (1989b), dalla quale si può sintetizzare che la crescita della produttività in questi paesi globalmente considerati fu in media del 4% annuo nel periodo 1960-’68; 3,2% tra il 1968 ed il 1973 per poi stabilizzarsi attorno all’1,5% dal 1973 in poi. In ognuno di questi paesi lo sviluppo negli anni ‘70-’80 ammontò circa alla metà di quello realizzato nel decennio precedente. Allo stesso tempo, però, si può osservare un’ampia dispersione nella crescita della produttività media tra questi paesi: in Giappone sull’intero periodo fu del 5,5% annuo, in Germania Ovest del 3,2% e negli U.S.A. solo dell’1,2%. Proprio in virtù di questi dati furono gli Stati Uniti per primi a preoccuparsi di osservare il fenomeno e di scoprirne le cause. Molti studiosi si dedicarono a ricerche in questo campo per trovare le forze necessarie a stimolare la produttività, prima dei loro concorrenti, per evitare di mettere a rischio la loro posizione di leadership economica mondiale. 1 La crescita statunitense registrata, durante gli ultimi anni, costituisce una novità ed un’eccezione.

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Gloriano Peroni Contatta »

Composta da 186 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.