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L'art brut tra arte e psicosi

L’attuale psichiatria è divisa tra un approccio biologico, che riduce ogni atto umano ad una mera espressione di una funzione neurochimica delle strutture cerebrali, ed un approccio ermeneutico che si pone invece nel rispetto dell’individualità della persona, della sua particolare soggettività e modalità di essere nel mondo. Questi due paradigmi, non necessariamente devono essere in contrasto, sono entrambi necessari per la comprensione della patologia schizofrenica, che rappresenta la vera sfida della psichiatria contemporanea, in quanto racchiude in sé le problematiche di fondo comuni a tutti gli esseri umani, il conflitto tra individuo e ambiente, tra mondo interno e mondo esterno, tra natura e cultura, come scrive Lacan. L'esperienza con la psicopatologia, ci porta alla consapevolezza dei nostri limiti, il primo è la pratica dell'arte diagnostica e psicoterapeutica che non giungerà mai alla certezza assoluta. L'altro limite si trova nell'ambito del nostro mondo, mediato dalla cultura, dalla tecnica e dal linguaggio. Esso costituisce la minima base di partenza per ogni confronto con l'alterità, per ricevere o trasmettere un'esperienza, che è nostra, ma anche del paziente, ed è inoltre, condivisibile con la collettività.
Nel trattamento delle psicosi, una grande attenzione va data al controtranfert del terapeuta, egli vive nel suo inconscio una identificazione col mondo del paziente che si esprime attraverso sogni e visioni di realtà che appartengono sia al paziente che al terapeuta, nel comune delirio, si apre un dialogo su un piano diverso da quello che si ha nel trattamento delle nevrosi, l'interpretazione con riferimenti al mondo reale, non hanno senso per lo psicotico, ma è necessario un incontro, seppur delirante, che si sforzi sinceramente di comprenderne il senso umano profondo. Spesso la regressione necessaria al paziente grave è un tipo di regressione pre-verbale, e risale alle primissime fasi della vita, quando attraverso lo sguardo della madre, il bambino cominciava a costruire i primi rudimentali fondamenti del suo sé, una psicoterapia verbale, sarebbe in questi casi insufficiente, e non riuscirebbe a penetrare in profondità il mondo psicotico, inoltre è probabile che il paziente prenda le distanze da contenuti troppo angoscianti, e manifesti di conseguenza una resistenza forte alla psicoterapia.
E’ per questi motivi, che le artiterapie si sono così diffuse, numerose organizzazioni, avendo riconosciuto il valore terapeutico dell’arte, si dedicano alla promozione e alla diffusione della produzione artistica dai pazienti psichiatrici. L’uso dei segni è antico quanto l’uomo, e precede l’uso del linguaggio, ne è la sua naturale premessa. Nell'esprimere la sofferenza attraverso l'immagine, viene proiettato qualcosa che non può ancora essere integrato nello spazio intrapsichico del paziente, ma che può essere esprimibile (e quindi potenzialmente integrabile) nello spazio transizionale costituito dall'immagine, soprattutto perchè condiviso nella relazione duale con il terapeuta. La tecnica del disegno speculare progressivo, frutto della collaborazione di Benedetti e Peciccia, apre una porta sull’inesorabilità della patologia schizofrenica, da sempre ritenuta “incurabile” con la tradizionale psicoterapia psicoanalitica. Egli ci fa sperare nella possibilità di una cura alternativa all’uso massiccio dei neurolettici, che pur rappresentando un utile aiuto alla gestione di questa patologia, rimangono pur sempre una “camicia di forza chimica” che svuotano di senso e vitalità le persone che hanno la sfortuna di manifestare questa grave psicosi. Solo attraverso la pratica clinica, insieme al malato, si può cogliere un senso, anche se provvisorio, del vissuto schizofrenico. Ogni sforzo nell'approccio psicopatologico dovrebbe mirare ad una comprensione non esaustiva della patologia, utilizzando teorie complesse sulla natura umana normale e patologica, e non viceversa giungere ad una teoria della tecnica, come di frequente accade, con la presunzione di aver raggiunto una conoscenza chiara.

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1 L’ART BRUT introduzione (Mar sul roche) «L’arte non dorme nei letti che sono stati preparati per lei, fugge appena si pronuncia il suo nome, ama l’incognito. I suoi momenti migliori sono quando si dimentica come si chiama». Jean Dubuffet (1901-1985) L’«arte grezza», così è spesso tradotto il francese “Art Brut”, è la forma d’espressione di persone che sono sfuggite ai condizionamenti culturali e al conformismo sociale. ignoranti della tradizione, indifferenti alle critiche, unici destinatari delle proprie opere, i creatori di Art Brut agiscono d’istinto. Il termine è stato coniato per la prima volta da Jean Dubuffet, pittore e scultore francese, uomo estremamente colto, di raffinata sensibilità, con una personale posizione di tipo intellettualistico, tesa alla ricerca di un nuovo linguaggio della rappresentazione, un linguaggio totemico, libero da ogni tipo di acquisizione culturale, imperniato sulla creazione artistica e non già sul prodotto artistico, sull'atto del fare e non sul manufatto. Una ricerca che egli conduce in situazioni estreme, fuori da ogni controllo, nel mondo dei folli, o degli ignoranti, o dei primitivi. Nel 1947 insieme ad Andrè Breton e Jean Paulhan crea la “Compagnie de l’art brut” a Parigi, dove raccoglie centinaia di opere realizzate da persone sconosciute, non formate artisticamente, spesso ricoverate in istituti psichiatrici, dando loro una visibilità

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Psicologia

Autore: Chiara Miranda Contatta »

Composta da 94 pagine.

 

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