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Il linguaggio nella distopia di G. Orwell: il Newspeak e la morte del pensiero

Informazioni tesi

  Autore: Marco Francalacci
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Lucia Fiorella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 100

La prima parte della tesi si concentra sulle finalità della distopia orwelliana e sugli aspetti metanarrativi dell'opera. Abbiamo osservato come la famosa Appendice del romanzo sul Newspeak – oltre a ri-orientare la lettura del testo – si configuri come “un’opera accanto all’opera” che contiene il monito di Orwell al mondo dei letterati, chiamati a prendere posizione contro ogni tipo di totalitarismo. La parte finale del libro, infatti, è una riflessione sulla letteratura, intesa come simbolo di libertà e forza capace di resistere alla potenza distruttrice del Partito. Il protagonista sembra prefigurare l’intellettuale-interprete di Bauman, una figura isolata e privata della possibilità di esercitare una reale influenza nella società.
Lo scopo principale di questo lavoro è stato approfondire le implicazioni derivanti dall'invenzione del Newspeak, nella quale crediamo possano confluire le riflessioni di Orwell sulle manipolazioni del linguaggio messe in atto dalla politica e dai media. Per condurre questo studio siamo partiti dalla ricerca delle fonti da cui Orwell ha tratto ispirazione per la creazione della nuova lingua imposta dal Partito. Abbiamo considerato il cablese, un gergo stenografico che procede per troncamenti e fusione di parole, in passato usato per scrivere resoconti giornalistici; e il Basic English, il linguaggio creato da Ogden nel 1930 per semplificare l'inglese e diffonderlo a discapito delle altre lingue.
Orwell disprezzava entrambi i linguaggi: il primo perché troppo ambiguo e meccanico, l'altro perché corrispondeva chiaramente a una prevaricazione di stampo imperialista. Così il romanziere attribuisce al Newspeak gli attributi principali di questi due linguaggi. La lingua del male, infatti, è il risultato di una distruzione lessicale e di una contrazione delle parole che coincide con l’atrofizzazione delle facoltà mentali degli abitanti di Oceania.
In questo senso, il Newspeak è riconducibile alla teoria del determinismo linguistico, che, dall'Ipotesi Sapir-Whorf al solipsismo linguistico di Wittgenstein, subordina la qualità del pensiero e i limiti del mondo di una persona al tipo di linguaggio di cui dispone. Nel caso del Newspeak, gli individui diventano schiavi del loro nuovo linguaggio e dell’ideologia cui esso è asservito.
Nell’ultimo capitolo della tesi, abbiamo provato ad accostare la lingua del Partito alla pragmatica filosofica di Austin. Sembra che nella distopia di Orwell la categoria dei cosiddetti enunciati “performativi” si allarghi a dismisura, per cui ci sono casi in cui pensare di fare un reato (anche inconsciamente) equivale a commetterlo. In questo modo crediamo venga efficacemente sottolineato l’obiettivo del potere, che, attraverso il pieno controllo dei segni linguistici, mira a un dominio totale sulla mente degli individui e sul mondo.
In questo lavoro siamo arrivati alla conclusione che la concezione del Newspeak che è a fondamento del testo serve a rappresentare il crescente condizionamento ideologico cui viene sottoposto il protagonista, e che la sua centralità nel romanzo induca il lettore a riflettere sulla forza e sulla pericolosità della parola. La lingua del potere si diffonde nelle pagine del testo allo stesso modo di un’infezione (un po' come avviene nella descrizione di Klemper sul linguaggio nazista) in grado di colpire a morte l’Oldspeak e i valori del passato di cui è veicolo.
Oldspeak e Newspeak sono in conflitto per tutta la durata del racconto; una lotta che vede contrapposti l’umanità e il vitalismo della lingua del passato e la folle lucidità del Newspeak. La commistione di questi due codici linguistici (da intendersi anche come codici comportamentali) si realizza nel condizionamento mentale di Winston, attraversato da un’ideologia che tenta di schiacciare anche il suo ultimo residuo di umanità.
Abbiamo notato come il carattere di ogni personaggio sia definito in relazione al proprio linguaggio: Julia parla in modo scurrile e diretto, e in questo si dimostra molto distante dalla formalità della lingua del potere; Winston ha una conoscenza molto più approfondita del Newspeak, il che manifesta un’influenza dell’ideologia ingsociana più consapevole rispetto a Julia; O’Brien, invece, si distingue per la perfetta conoscenza dell’Oldspeak e del Newspeak, egli è l’unico che possiede entrambi i linguaggi, tant’è che riesce a servirsene per persuadere il protagonista con un tono e una retorica tanto suadente quanto violenta.
Concludiamo dicendo che in questa tesi abbiamo cercato di concentrarci su quelle che ci sembrano le vere vittime di Nineteen Eighty-Four: il linguaggio, il pensiero, la sorveglianza critica del potere, il mondo morale.

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4Introduzione «e Revolution will be complete when the language is perfect». A parlare è Syme, un linguista del Partito, il primo personaggio che in Nineteen Eighty-four (1949) ci presenta la lingua inventata da George Orwell per il suo celeberrimo romanzo. I toni usati sono enfatici, e l’importanza cruciale che viene data all’utilizzo di questa nuova forma di linguaggio è fin da subito evidente. Il Newspeak è la lingua ufficiale dell’Oceania, il continente governato secondo l’ideologia dell’Ingsoc (Socialismo inglese). I principi di questo linguaggio sono descritti nell’Appendice del libro, e qui basterà ricordare che il fine ultimo del Newspeak è distruggere e rifondare la lingua per giungere a un completo controllo della realtà, a un mondo nel quale ogni forma di pensiero eterodosso sia letteralmente impossibile. Il linguaggio è uno strumento nelle mani del potere, quel potere che Orwell ha da sempre osservato e criticato con acume, smascherandolo in gran parte della sua copiosa produzione giornalistica, saggistica e letteraria. La scrittura di testi socialmente e politicamente impegnati, infatti, è una delle peculiarità dello scrittore inglese. Tuttavia, in questo lavoro ci soffermere- mo più sulle riflessioni che Orwell ha condotto in merito alle ambiguità e alla manipolazione del linguaggio. Nineteen Eighty-Four, scritto nel 1948, affonda le sue radici in un contesto storico e personale spaventoso; è figlio delle dittature totalitarie, dell’incubo nucleare e del consolidamento del potere dei mezzi di comunicazione, ma

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