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La formazione organizzativa come vantaggio competitivo: il caso Seat Pagine Gialle

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Massi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Economia
  Corso: Pubblicità e comunicazione d'impresa
  Relatore: Federico Niccolini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 240

Lo scopo della presente indagine è, innanzitutto, osservare alcuni dei mutamenti avvenuti in campo formativo negli ultimi decenni, con particolare riguardo nei confronti della cosiddetta “nuova formazione”; successivamente, indagare alcune delle cause esogene ed endogene che possono rendere oggi remunerativo un investimento in formazione da parte di un’impresa, e di riflesso i casi in cui la formazione è solo un costo.

La crisi strutturale che l’economia affronta a livello nazionale ed internazionale nell’ultimo decennio, il vertiginoso processo di innovazione tecnologica che percorre l’intero apparato economico e sociale, i mutamenti organizzativi che investono gli aspetti gestionali delle aziende, la progressiva segmentazione di un mercato instabile e la conseguente maggiore esigenza di personalizzazione e diversificazione dell’offerta in molti settori delle attività produttive, hanno provocato un mutamento radicale nel fabbisogno di capacità lavorative espresso nel mercato del lavoro.
Da una professionalità “statica”, centrata sulle capacità di ripetere determinate tecniche e modelli già codificati in un contesto organizzativo semplice o comunque stabile, si passa all’esigenza di una professionalità inserita nell’ambito di una struttura organizzativa complessa, che comporta l’introduzione di tecnologie a rapida obsolescenza, l’interdipendenza e l’interazione tra diversi ruoli professionali e che esige di riflesso la capacità di inserirsi in una situazione lavorativa in costante evoluzione.

La formazione professionale (ma anche manageriale) è andata sino a pochi anni fa al rimorchio del sistema produttivo, rispetto al quale è stata a lungo braccio operativo o addestrativo. Il bisogno era quello di preparare masse ingenti di lavoratori all’utilizzo di macchine monovalenti specializzate nell’ambito di un sistema produttivo di serie e di massa.
L’economia della flessibilità cambia in modo netto i criteri di gestione dell’impresa e con essi le soluzioni tecnologiche e, quanto più concerne questo studio, anche le configurazioni organizzative e le competenze richieste alle persone. Il puro e semplice addestramento non è più sufficiente. Dalla catena di montaggio ad esempio si passa alla robotizzazione, che a sua volta rende le risorse umane fattori produttivi su cui investire.
Cambiano così in questo passaggio la natura del lavoro, i modi di controllarlo, il sistema delle professioni, quindi il ruolo della formazione professionale. Occorrono persone competenti, capaci di governare tecnologie complesse, decise ed emotivamente stabili, motivate e fortemente identificate in ciò che fanno. La formazione, da funzione accessoria e subalterna, spesso prima spesa tagliata in tempi di crisi, assume un ruolo strategico e trainante, quale mezzo atto a sviluppare professionalità, quindi conoscenze, abilità, atteggiamenti.

Lo studio dei processi organizzativi di formazione si muove dunque da una prospettiva storica degli aspetti formativi e dall’analisi delle risorse umane come fattore produttivo, per poi concentrarsi su contenuti e metodologie della formazione, ed accennare alla stessa come fonte del vantaggio competitivo e come centro di costo. A partire da questo scenario, si descrive il passaggio dall’epoca industriale alla società della conoscenza, concausa dell’evoluzione del panorama formativo negli ultimi tre decenni. In questa fase si cerca di capire come un diverso contesto economico e sociale abbia richiesto nuovi stimoli dalla formazione, causandone di fatto profonde revisioni in ambito contenutistico e metodologico. Si tenta, inoltre, di tracciare delle linee guida per la formazione futura.
Successivamente, si affrontano ad ampio raggio le metodologie formative, operando una classificazione tra le stesse che tenga conto della loro evoluzione e suddividendole per finalità e usi. Si esplorano, in particolar modo, le metodologie facenti parte della cosiddetta formazione liquida, o già citata “nuova formazione”.
Infine, vengono affrontate le politiche formative in un’ottica operativa e pratica. Attraverso un approccio prevalentemente etnografico, lo studio condotto sulla Corporate University (CU) di Seat Pagine Gialle permette di testare le ipotesi poste inizialmente, nonchè di valutare empiricamente come la formazione possa permettere il raggiungimento di un vantaggio competitivo permanente.

Le conclusioni tracciano un quadro ampio e destrutturato, che rende giustizia ad un fenomeno complesso. Gli studi svolti confermano che la formazione non può essere la nuova moda della società della conoscenza, ma se ben gestita, sa rivelarsi un buon investimento ed un valido strumento per permettere all’organizzazione di raggiungere un durevole vantaggio competitivo.

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1 Introduzione La crisi strutturale che l‟economia affronta a livello nazionale ed internazionale nell‟ultimo decennio, il vertiginoso processo di innovazione tecnologica che percorre l‟intero apparato economico e sociale, i mutamenti organizzativi che investono gli aspetti gestionali delle aziende, la progressiva segmentazione di un mercato instabile e la conseguente maggiore esigenza di personalizzazione e diversificazione dell‟offerta in molti settori delle attività produttive, hanno provocato un mutamento radicale nel fabbisogno di capacità lavorative espresso nel mercato del lavoro. Da una professionalità “statica”, centrata sulle capacità di ripetere determinate tecniche e modelli già codificati in un contesto organizzativo semplice o comunque stabile, si passa all‟esigenza di una professionalità inserita nell‟ambito di una struttura organizzativa complessa, che comporta l‟introduzione di tecnologie a rapida obsolescenza, l‟interdipendenza e l‟interazione tra diversi ruoli professionali e che esige di riflesso la capacità di inserirsi in una situazione lavorativa in costante evoluzione. La formazione professionale (ma anche manageriale) è andata sino a pochi anni fa al rimorchio del sistema produttivo, rispetto al quale è stata a lungo braccio operativo o addestrativo. Il bisogno era quello di preparare masse ingenti di lavoratori all‟utilizzo di macchine monovalenti specializzate nell‟ambito di un sistema produttivo di serie e di massa. L‟economia della flessibilità cambia in modo netto i criteri di gestione dell‟impresa e con essi le soluzioni tecnologiche e, quanto più concerne questo studio, anche le configurazioni organizzative e le competenze richieste alle persone. Il puro e semplice addestramento non è più sufficiente. Dalla catena di montaggio ad esempio si passa alla robotizzazione, che a sua volta rende le risorse umane fattori produttivi su cui investire. Cambiano così in questo passaggio la natura del lavoro, i modi di controllarlo, il sistema delle professioni, quindi il ruolo della formazione professionale. Occorrono persone competenti, capaci di governare tecnologie complesse, decise ed emotivamente stabili, motivate e fortemente identificate in ciò che fanno. La formazione, da funzione accessoria e subalterna, spesso prima spesa tagliata in tempi di crisi, assume un ruolo

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