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Guerra e violenza ai civili: il caso del massacro di My Lai

Informazioni tesi

  Autore: Mattia Temporin
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Carlotta Sorba
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 55

Questo elaborato di laurea tratta dell'ampio argomento della violenza commessa contro i civili nel corso dei conflitti armati. Partendo da un caso specifico (il massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam) si tenta di analizzare il fenomeno tentando di generalizzare e spiegare senza mai scadere nel banale e nello scontato il fenomeno, la sua evoluzione ed eventuali "argini". Anche un capitolo riservato ai crimini di guerra in generale aiuta a completare il quadro. Essendo in ogni caso una tesi di scienze della comunicazione viene dato anche spazio alla reazione mediatica dell'evento in Italia e nel mondo.

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1 INTRODUZIONE Questo scritto si pone come obiettivo l’analisi in prospettiva storica di un tema complesso come quello della violenza verso le popolazioni civili durante lo svolgimento dei conflitti armati. In anni recenti da più parti, e anche nella storiografia, si è sentito il bisogno di prendere in considerazione tale fenomeno che con le spedizioni coloniali prima, e la prima Guerra Mondiale poi, aveva subito tra Ottocento e Novecento una brusca impennata. Fino all’Ottocento i conflitti coinvolgevano per lo più i reparti combattenti, e i civili ne rimanevano sostanzialmente esclusi, se non per qualche crimine episodico come ad esempio le razzie nei pressi dei campi di battaglia; ma appunto a partire dalle guerre coloniali, dove «l’obiettivo delle operazioni militari era quello di soffocare la resistenza di intere popolazioni percepite come inferiori»1, l’aggressività delle truppe si scatenò anche sugli abitanti; e siccome molti degli ufficiali che avevano fatto carriera combattendo proprio nelle colonie furono gli stessi che ricoprirono incarichi di comando nel conflitto 1914-1918, essi “esportarono” le tecniche apprese oltremare nella vecchia Europa. Fu così che la Grande guerra – quando era ancora guerra di movimento, prima che gli schieramenti si attestassero in infiniti fronti immobili – fece conoscere alle grandi masse europee (e non) un fenomeno che potremo definire come violenza ingiustificata. La grande differenza tra i conflitti fino al XIX secolo e gli altri è il carattere “totale” di questi ultimi, che costrinse ogni nazione coinvolta a dedicare “anima e corpo” allo sforzo bellico: «la mobilitazione si estese a tutti i livelli della vita pubblica e privata, a tutti gli strati della popolazione, annullando progressivamente le differenze tra fronte e fronte interno, tra civili e combattenti. Muovere guerra in modo sistematico alla popolazione nemica divenne l’obiettivo politico e militare prioritario. […] Governi e autorità militari, consapevoli che nessuna vittoria sul campo sarebbe stata risolutiva fino a che le società fossero state in grado di resistere e di produrre, sottoposero la popolazione civile a pressioni crescenti2». Fu il dissolversi della distinzione tra combattenti e non combattenti, iniziata già con la rivoluzione francese (quando i nuovi principi della cittadinanza mutarono il modo di pensare la guerra), la causa primaria 1 BIANCHI, La violenza contro la popolazione civile nella grande guerra, p.18-19. 2 Ibidem, p. 13-14.

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