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Il trattamento penitenziario dei collaboratori di giustizia

Informazioni tesi

  Autore: Felice Palamara
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Mario Trapani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 145

Tra i diversi strumenti che lo Stato ha utilizzato per contrastare l’attività delle organizzazioni criminali, in particolare di quelle di stampo mafioso, un posto particolarmente importante è ricoperto dall’utilizzo dei “pentiti”, o meglio, dall’acquisizione di quel bagaglio di conoscenze che è proprio del collaborante in quanto affiliato a quelle consorterie criminose basate sulla segretezza e sul vincolo dell’omertà.
Il fenomeno dei collaboratori di giustizia che si affronterà in questo lavoro, insieme al trattamento penitenziario loro riservato dallo Stato, è sempre stato ricco di implicazioni di carattere etico, religioso, morale, giuridico, politico e sociale e molto spesso, anche per questi motivi, nella sua evoluzione legislativa, è stato accompagnato da polemiche e critiche.
Non si può negare infatti la complessità e la varietà delle questioni, che dal tempo anche meno recente, sono ad esso connesse.
Non si tratta qui di affrontare il problema della coerenza e dell’eticità delle disposizioni normative che concedono ai pentiti un trattamento penitenziario di favore in cambio di una proficua e utile collaborazione, quanto di vedere nel concreto la risposta dello Stato al fine di incentivare la fuoriuscita dei rappresentanti criminali dalle organizzazioni di loro appartenenza. E’ indubbio, infatti, l’apporto che questo fenomeno ha avuto nella lotta al crimine organizzato.
Organizzazione come le BR e Cosa Nostra, si caratterizzano per una cortina di segreto che le avvolge. E ogni segreto si può conoscere solo se c’è il modo di ascoltarlo tramite intercettazioni o con le dichiarazioni di un pentito.
La rottura della compattezza interna della mafia determinata dal pentitismo rappresenta dunque la condizione oltre che per combattere anche per conoscere il fenomeno mafioso.
Se si vuole effettivamente contrastare il potere criminale della societas sceleris, anziché accontentarsi della semplice condanna di alcuni esponenti mafiosi, lo Stato deve quasi per necessità “scendere a patti” con gli adepti catturati.

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1 INTRODUZIONE Tra i diversi strumenti che lo Stato ha utilizzato per contrastare l’attività delle organizzazioni criminali, in particolare di quelle di stampo mafioso, un posto particolarmente importante è ricoperto dall’utilizzo dei “pentiti”, o meglio, dall’acquisizione di quel bagaglio di conoscenze che è proprio del collaborante in quanto affiliato a quelle consorterie criminose basate sulla segretezza e sul vincolo dell’omertà. Il fenomeno dei collaboratori di giustizia che si affronterà in questo lavoro, insieme al trattamento penitenziario loro riservato dallo Stato, è sempre stato ricco di implicazioni di carattere etico, religioso, morale, giuridico, politico e sociale e molto spesso, anche per questi motivi, nella sua evoluzione legislativa, è stato accompagnato da polemiche e critiche. Non si può negare infatti la complessità e la varietà delle questioni, che dal tempo anche meno recente 1 , sono ad esso connesse. Non si tratta qui di affrontare il problema della coerenza e dell’eticità delle disposizioni normative che concedono ai pentiti un trattamento penitenziario di favore in cambio di una proficua e utile collaborazione, quanto di vedere nel concreto la risposta dello Stato al fine di incentivare la fuoriuscita dei rappresentanti criminali dalle organizzazioni di loro appartenenza. E’ indubbio, infatti, l’apporto che questo fenomeno ha avuto nella lotta al crimine organizzato. Organizzazione come le BR e Cosa Nostra, si caratterizzano per una cortina di segreto che le avvolge. E ogni segreto si può conoscere solo se c’è il modo di ascoltarlo tramite intercettazioni o con le dichiarazioni di un pentito. L’efficacia delle indagini con l’apporto dei collaboratori di giustizia si moltiplica e i risultati non possono che essere disastrosi per i mafiosi. A conferma di tutto ciò basti pensare al maxi-processo di Palermo fondato sulle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, la cui sentenza è stata confermata nel 1992 dalla Corte di 1 Già Cesare Beccaria (BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, Einaudi, Torino, 1973), dopo aver sottolineato come la collaborazione serva a prevenire delitti importanti, stabiliva che, con il necessario corrispettivo da concedere al chiamante in correità, “la nazione autorizza il tradimento detestabile anche tra gli scellerati perché son meno fatali a una nazione i delitti di coraggio che quelli di viltà”.

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Parole chiave

art. 4 bis
collaboratori di giustizia
ordinamento penitenziario
pentiti
premialità

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