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Autonomia e subordinazione nell'esperienza recente

Dalla codificazione ai giorni nostri il lavoro subordinato è rimasto formalmente identico, anche se per la sua elasticità, è stato oggetto di interpretazioni non univoche.
L’art. 2094 è rimasto invariato nella sua formulazione testuale, ma tutto il mondo giuridico ed economico che gli gira intorno è radicalmente mutato.
Questo cambiamento del contesto legislativo influisce sicuramente sulla ricostruzione della nozione di subordinazione. Innanzitutto, l’evolversi dei processi produttivi ha cambiato il modo di lavorare nell’impresa; il lavoro subordinato a tempo indeterminato non è più da solo idoneo a soddisfare le esigenze delle aziende che si misurano con la competizione internazionale. Inoltre, bisogna tenere conto di una forte tensione che si è creata tra poli opposti: da un lato, chi mira ai vantaggi economici e alle tutele che offre la subordinazione e, dall’altro, chi vuole resistere ai maggiori costi che la stessa subordinazione impone.
Il concetto di subordinazione comunemente richiamato in dottrina e in giurisprudenza ai fini della qualificazione del contratto di lavoro subordinato si ricava, tuttavia, direttamente e testualmente dall’art. 2094 c.c., il quale fornisce la definizione di prestatore di lavoro subordinato.
La questione dell’individuazione della natura del rapporto di lavoro, pertanto, è preliminare rispetto ad ogni altra, in quanto la subordinazione costituisce la chiave di accesso alla disciplina di tutela predisposta dal diritto del lavoro.
Al riguardo, l’opinione più largamente accreditata considera l’art. 2094 c.c., rubricato Prestatore di lavoro subordinato, sostanzialmente privo di una reale valenza discretiva, tale cioè da orientare l’interprete in modo netto circa la natura autonoma o subordinata di un rapporto di lavoro.
Inoltre, il particolare impianto del Codice Civile, dovuto all’influenza di fattori storici contingenti ed alla contaminazione con l’ideologia corporativa, ha indotto sia la dottrina che la giurisprudenza a svolgere un ruolo di supplenza nello sforzo di determinare dei criteri che potessero cogliere gli elementi tipici della subordinazione ed orientare, al tempo stesso, l’operatore giuridico tra i molteplici casi pratici che possono presentarsi, dando così vita ad una pluralità di posizioni dottrinali e giurisprudenziali.
Il difficile ruolo della giurisprudenza diventa quello di decidere caso per caso la disciplina applicabile ad ogni singolo rapporto di lavoro di cui sia dubbia la qualificazione giuridica. Tale principio è stato recepito dalla giurisprudenza, nel rispetto di quanto è stato stabilito dalla Corte Costituzionale nelle due sentenze: 29 marzo 1993, n. 121, e 31 marzo 1994, n. 115. La giurisprudenza si è evoluta in materia nel senso dell’adeguamento alle pronunce della Corte Costituzionale n. 121 del 1993 e n. 115 del 1994.
Secondo la Corte di Cassazione la mancanza di una qualificazione legale vincolante del rapporto richiede il raffronto tra l’attività in concreto svolta, connotata ed arricchita da ogni modalità che avesse caratterizzato il suo espletamento, con il modello (legale ex art. 2094 c.c.) dell’attività tipica di un rapporto di lavoro subordinato.

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I Introduzione Lavoro subordinato e parasubordinato, lavoro autonomo e collaborazioni a carattere continuativo o saltuario: sono molteplici le forme con cui un’attività lavorativa può essere resa, ed i confini tra le stesse non sono sempre facili da tracciare, pur essendo di estremo rilievo. Infatti, per ognuna delle varie tipologie, trova applicazione una disciplina differente, sia sul piano normativo che fiscale. Concentrando l’attenzione sull’aspetto normativo, la difficoltà di distinguere in modo preciso le diverse tipologie di lavoro dipende, in primo luogo, da una scelta del legislatore, che non ha ritenuto di specificare in modo analitico i tratti distintivi delle stesse. Il Codice Civile, che costituisce la principale fonte normativa al riguardo, si limita a qualificare in modo abbastanza generico le due principali categorie, ovvero quelle del lavoro subordinato e del lavoro autonomo. Così, l’articolo 2094 c.c. definisce lavoratore subordinato «come colui che si impegna, a fronte di una retribuzione, a prestare il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore», senza ulteriori specificazioni. Si ha, invece, un contratto d’opera, ai sensi dell’art. 2222 c.c., e quindi una prestazione di lavoro autonomo, quando ci si obbliga a rendere in prima persona un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio, ma «senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente». Si tratta di definizioni di carattere generale. Peraltro, è del tutto estranea alla normativa codicistica la nozione di collaborazione coordinata e continuativa, talora qualificata dalla dottrina come parasubordinazione, in virtù della prossimità al lavoro subordinato, ma da ricondursi alla più generale categoria del lavoro autonomo. È per questo che non è per nulla agevole inquadrare in modo sistematico tutti questi istituti.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Mariangela Iurato Contatta »

Composta da 226 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.