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Il leasing finanziario traslativo

Informazioni tesi

  Autore: Vito Maria Torchia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Alberto Amatucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 140

Nella mia tesi affronto la problematica, ampiamente dibattuta non solo nella dottrina ma anche nella giurisprudenza, della rilevanza giuridica o meno della figura del leasing c.d. “traslativo”.
Ho cercato prima di dare una definizione esaustiva del termine “leasing”, per poi analizzare accuratamente la struttura del contratto, tenuto conto della disputa dottrinaria e soprattutto giurisprudenziale (la Cassazione si rende protagonista di mutamenti di rotta rispetto ai precedenti insegnamenti) in merito alla bilateralità o trilateralità del rapporto, disputa orientata ad individuare la disciplina applicabile: se si accetta la tesi della trilateralità giuridica del leasing, infatti, risulta arduo comprendere come, in assenza di una disciplina ad hoc, si possa ricorrere in via di analogia alle regole dettate per la vendita con riserva di proprietà, vale a dire a regole dettate per un contratto formalmente e sostanzialmente bilaterale.
Ecco che, acuitosi il dibattito dottrinario, nel 1989 la Suprema Corte di Cassazione introduce, con la storica sentenza n. 5569, una nuova tipologia contrattuale di leasing finanziario: accanto al tradizionale leasing di godimento, assumerebbe rilevanza giuridica (oltre che economica, ovviamente) anche il c.d. leasing traslativo. Il leasing di godimento non sarebbe soggetto, in quanto contratto ad esecuzione continuata, alla retroattività dell’effetto risolutivo, mentre quello traslativo deve essere disciplinato in vi analogica dalla normativa della vendita con patto di riservato dominio. Inoltre, al primo non è applicabile l’art. 1526 c.c., al secondo si: due diverse discipline applicabili al medesimo contratto, in forza della differenza causa negoziale.
Qualche anno più tardi la Cassazione civile, con la sentenza n. 1715 del 2001, ha chiarito che per stabilire se il contratto di leasing è di godimento o traslativo, occorre individuare la volontà delle parti al momento della conclusione del contratto: l’operatore giuridico sarà chiamato a svolgere l’indagine di fatto volta a stabilire se, nel caso concreto, i contraenti hanno istituito un leasing “tradizionale” ovvero un leasing “di godimento” o “traslativo”. In tale indagine costituiscono indizi le caratteristiche del bene locato, la qualità imprenditoriale o meno dell’utente ed ogni altro elemento idoneo a rivelare la volontà delle parti.
Ma la Cassazione mette subito in evidenza che il criterio discretivo non vale in assoluto poiché la previsione iniziale delle parti può essere viziata da un errore di valutazione, che spoglia di ogni valenza ermeneutica, al fine della ricostruzione della volontà negoziale, il rapporto tra il valore finale residuo ed il prezzo di opzione pattuito. Trattasi comunque di una quaestio voluntatis, la cui soluzione è compito specifico del giudice di merito.
Insomma: la prognosi sulla “vita economica” di un macchinario (per restare nel settore classico del leasing di beni mobili strumentali all’impresa) sembra non essere felice. Tale impostazione viene condivisa anche dagli economisti, posto che vi sono elementi che spingono a ritenere che la maggior parte dei contratti di locazione finanziaria stipulati in Italia sia caratterizzata da probabilità di non riscatto particolarmente ridotte. Questo viene ottenuto, molto semplicemente, fissando prezzi di riscatto nettamente inferiori al probabile valore dei beni al momento del riscatto stesso.
La soluzione al (falso?) problema potrebbe essere rappresentata attraverso una applicazione generalizzata dell’art. 1526 c.c. a tutte le ipotesi di leasing, e lasciare che le circostanze del caso di specie vengano valutate in sede di determinazione dell’equo compenso.
Intanto, il legislatore sembra aver preso posizione in merito alla disputa: dalla lettura dell’art. 72quater della legge fallimentare, e soprattutto con l’eliminazione del riferimento al leasing traslativo (inizialmente inserito nel 4 comma) si ricava l’intenzione di superare la distinzione tra “leasing traslativo” e “leasing di godimento”. Sulla base della terminologia usata, emerge il chiaro ed indubitabile riconoscimento della sussistenza di un’unica causa di finanziamento, coerentemente alla disciplina recata nel 1993 dal t.u. leggi bancarie, che ha incluso espressamente il leasing finanziario tra le attività finanziarie riservate in via esclusiva alle banche ed agli intermediari finanziari.
Ho infine analizzato l’ultima decisione della Cassazione (sentenza n. 23794/2007) in materia di leasing finanziario, con la quale sentenza la Corte sancisce il principio in forza del quale l’utilizzatore è legittimato a far valere direttamente verso il fornitore la pretesa all’esatto adempimento del contratto di fornitura, a chiedere risarcimento del danno conseguentemente sofferto, nonché a sentire accertare quale sia l’esatto corrispettivo spettante allo stesso fornitore.

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Abstract Corso di Laurea in Giurisprudenza Cognome e nome: Torchia Vito Maria Matricola: 0120100136 Titolo della tesi: “IL LEASING FINANZIARIO TRASLATIVO” Relatore: Ch.mo Prof. Alberto AMATUCCI Descrizione dell’argomento della tesi. Nella mia tesi affronto la problematica, ampiamente dibattuta non solo nella dottrina ma anche nella giurisprudenza, della rilevanza giuridica o meno della figura del leasing c.d. “traslativo”. Ho cercato prima di dare una definizione esaustiva del termine “leasing”, per poi analizzare accuratamente la struttura del contratto, tenuto conto della disputa dottrinaria e soprattutto giurisprudenziale (la Cassazione si rende protagonista di mutamenti di rotta rispetto ai precedenti insegnamenti) in merito alla bilateralità o trilateralità del rapporto, disputa orientata ad individuare la disciplina applicabile: se si accetta la tesi della trilateralità giuridica del leasing, infatti, risulta arduo comprendere come, in assenza di una disciplina ad hoc, si possa ricorrere in via di analogia alle regole dettate per la vendita con riserva di proprietà, vale a dire a regole dettate per un contratto formalmente e sostanzialmente bilaterale. Ecco che, acuitosi il dibattito dottrinario, nel 1989 la Suprema Corte di Cassazione introduce, con la storica sentenza n. 5569, una nuova tipologia contrattuale di leasing finanziario: accanto al tradizionale leasing di godimento, assumerebbe rilevanza giuridica (oltre che economica, ovviamente) anche il c.d. leasing traslativo. Il leasing di godimento non sarebbe soggetto, in quanto contratto ad esecuzione continuata, alla retroattività dell’effetto risolutivo, mentre quello traslativo deve essere disciplinato in vi analogica dalla normativa della vendita con patto di riservato dominio. Inoltre, al primo non è applicabile l’art. 1526 c.c., al secondo si: due diverse discipline applicabili al medesimo contratto, in forza della differenza causa negoziale. Qualche anno più tardi la Cassazione civile, con la sentenza n. 1715 del 2001, ha chiarito che per stabilire se il contratto di leasing è di godimento o traslativo, occorre individuare la volontà delle parti al momento della conclusione del contratto: l’operatore giuridico sarà chiamato a svolgere l’indagine di fatto volta a stabilire se, nel caso concreto, i contraenti hanno istituito un leasing “tradizionale” ovvero un leasing “di godimento” o 2

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