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Storia delle deontologie dei comunicatori

L’idea di una tesi che trattasse di deontologia e di etica dei professionisti dell’informazione e della comunicazione nasce dalle riflessioni e dai dibattiti intavolati durante il corso di Storia del giornalismo, nonché dalla lettura del libro Etica e deontologie dei comunicatori, a cura del prof. Paolo Scandaletti.
Alla scelta di approfondire una simile tematica hanno contribuito l’osservazione e la lettura, da spettatrice “comune” e da studentessa di comunicazione, di telegiornali e giornali, particolarmente attente nelle cronache di situazioni - quali la morte “in diretta” del piccolo Alfredo Rampi, intrappolato per giorni in un pozzo - che hanno scosso l’opinione pubblica non solo per la drammaticità degli eventi ma anche per la brutalità con la quale i media hanno trattato le vicende.
Nella stesura della tesi in Storia delle deontologie dei comunicatori, è stata utile la consultazione di libri - di filosofia, giuridici, di storia - così come l’analisi di testi di legge e, ovviamente, dei codici deontologici, oltre che il diretto contatto con alcune associazioni di comunicatori.
La scelta di analizzare i codici deontologici non solo dei giornalisti ma di tutti i comunicatori (addetti alle relazioni esterne, pubblicitari, comunicatori pubblici, fotografi) è strettamente connessa all’attualità, all’universo comunicativo nel quale siamo immersi o, secondo i più, dal quale siamo sommersi oggi: tutte le categorie professionali succitate, infatti, in un modo o nell’altro, fanno comunicazione.
Il primo capitolo della tesi tenta di definire il concetto di deontologia, partendo dall’accezione etimologica e percorrendo poi i significati attribuitigli dagli studiosi, in primis da Jeremy Bentham, dal XVIII secolo fino ai giorni nostri. Un paragrafo è dedicato alla necessaria distinzione tra etica, deontologia e legge. Si è cercato, inoltre, di rintracciare, a partire dalle origini del giornalismo, la nascita della consapevolezza dell’importanza del ruolo rivestito dal giornalista, che ha condotto, nel 1690, alla stesura del primo codice deontologico.
Nel secondo capitolo si procede all’analisi delle carte deontologiche dei giornalisti e si opera una distinzione tra i codici varati dall’Ordine dei Giornalisti - come la Carta dei doveri del giornalista del 1993 - e quelli approvati dalle singole redazioni (ne sono esempio il Patto sui diritti e i doveri dei giornalisti di Repubblica e il Codice di autodisciplina de Il Sole-24 Ore). Vengono esaminate altresì le carte delle associazioni di comunicatori, la prima delle quali risale al 1978: si tratta del Codice di comportamento professionale della Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana. Infine, si rende doveroso, data la crescita vertiginosa degli utenti del world wide web negli ultimi anni, un accenno ai codici deontologici di internet.
Nel terzo capitolo si esaminano le carte deontologiche e gli accordi internazionali, dalla Carta dei doveri professionali dei giornalisti francesi del 1918 al codice dell’emittente araba Al Jazeera del 2004. Si opera, inoltre, un parallelismo tra la regolamentazione della professione giornalistica in Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea. Infine, si approfondisce il “caso” tutto italiano della legge n. 69 del 1963 che ha istituito l’Ordine dei Giornalisti, con un excursus sui numerosi attacchi alla legittimità costituzionale di cui l’ODG è stato oggetto fin dai primi anni di vita.
Il quarto ed ultimo capitolo volge uno sguardo alla situazione attuale, italiana ed anche europea, dei riconoscimenti a livello giuridico e istituzionale delle associazioni di comunicatori da un lato e dell’Ordine dei Giornalisti dall’altro. Si approfondisce, quindi, il lungo iter, culminato nel dicembre del 2006 con l’approvazione del disegno di legge delega in materia di professioni intellettuali ad opera del Ministro della giustizia Clemente Mastella, che ha portato al riconoscimento delle associazioni professionali.
I rappresentanti delle associazioni di comunicatori, nel corso dell’incontro di studio “Identità e regole delle professioni della comunicazione” che si è tenuto lo scorso 5 marzo presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, si sono dichiarati a favore del disegno di legge, fatta salva la questione dell’obbligatorietà delle iscrizioni alle associazioni riconosciute. Meno entusiasti della Riforma, invece, i giornalisti: si ritiene, infatti, che il compito della definizione del ruolo e dell’identità dei giornalisti sia ben assolto dalla legge n. 69/63. Il Ministro della giustizia Clemente Mastella ha sottolineato l’urgenza di una modernizzazione degli ordini affinché siano garantiti la qualità dei servizi erogati, la formazione costante dei professionisti e il rispetto dei codici deontologici.

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Introduzione «Alfredinooo!» «Lo vedi? Lo senti respirare?» 1 . 10 giugno 1981. Per tre lunghissimi giorni Alfredo Rampi, un bambino di sei anni, rimane intrappolato in un pozzo. I telegiornali nazionali danno la notizia il giorno dopo mostrando in tempo reale, nella convinzione che la vicenda giunga a buon fine nel giro di pochi minuti, quello che si sarebbe rivelato solo il primo di una lunga serie di vani tentativi di salvataggio. Seguono diciotto ore di diretta. Ventuno milioni di italiani incollati al teleschermo partecipano col fiato sospeso al procedere delle operazioni di soccorso, ascoltando dal vivo i lamenti del piccolo Alfredino. In attesa di un happy end che mai arriverà. «Un reality-show terrificante», «un circo mediatico» 2 sarà definita a posteriori la trasmissione no-stop delle immagini dal luogo dell’incidente. Oltre quali confini il diritto di cronaca e la libertà di stampa, da un lato, e quello ad essere informati, dall’altro, entrano in collisione con il buon senso e il rispetto umano? Il caso di Alfredo Rampi è esemplificativo. Ha scosso nei tempi che furono l’opinione pubblica italiana e posto, forse per la prima volta in maniera così brusca e diretta, il problema di un’etica (e deontologia) dei comunicatori. Ancora, il caso Onofri. Privacy infranta, presunte violazioni del segreto istruttorio, condanne mediatiche. 3 L’interesse morboso dei media per la vita privata di Paolo Onofri era finalizzato a informare o ad alimentare la curiosità del pubblico, alla ricerca dello share perduto, per ricredersi poi alla notizia che con il rapimento del figlio non c’entrava niente? 1 Da La storia siamo noi, in www.lastoriasiamonoi.rai.it 2 Ivi. 3 Tommaso Onofri, 18 mesi, è stato rapito il 2 marzo 2006 mentre era in casa con i familiari. Si è indagato, si è detto e si è scritto tanto sul padre Paolo, vittima e oggetto d’indagine allo stesso tempo, a seguito del rinvenimento di files pedopornografici sul suo computer. Le accuse sono cadute alla notizia, il primo aprile, del ritrovamento del corpicino del bimbo a seguito della confessione di Mario Alessi, che, insieme a Salvatore Raimondi e con la complicità della compagna Antonella Conserva, ha architettato il sequestro a scopo di estorsione. 5

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Lucianna Ruggiero Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.