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La riforma dei limiti agli investimenti dei fondi pensione in Italia. Obiettivi e prospettive in seguito alla consultazione effettuata dal Ministero del Tesoro

Uno degli aspetti più affascinanti, ma, al contempo stesso, molto delicato dei fondi pensione è la gestione finanziaria. In essa convergono moltissimi argomenti, che toccano vari temi e richiedono moltissime conoscenze e abilità. Si va dall’analisi dei rischi alla volatilità, dal benchmark alla diversificazione, dall’asset allocation strategica all’asset allocation tattica, dall’analisi dei vari comparti in cui si può investire (azionario, bilanciato, obbligazionario, monetario, flessibile, garantito, fondi multicomparto…) all’analisi dei vantaggi finanziari dei fondi pensione, fino a giungere all’aspetto forse più importante per l’investitore, ossia la performance e il rendimento del fondo pensione.
L’elaborato non ha la presunzione di compiere una disamina dell’intera gestione finanziaria di un fondo pensione, sia perché sarebbe un argomento troppo ampio, sia perché richiederebbe la conoscenza di competenze tecniche che solo soggetti che quotidianamente si trovano ad operare in tale contesto possiedono.
L’obiettivo è quello di esaminare il DM 703/1996, emanato dal Ministero del Tesoro, che in base all’articolo 6, comma 11 del D. lgs 252/2005, definisce i criteri di gestione delle risorse da parte dei fondi pensione negoziali e aperti, fissa i limiti agli investimenti, disciplina le operazioni consentite e detta le regole in materia di conflitti d’interesse.
Le disposizioni vigenti in materia di limiti agli investimenti e conflitti d’interesse per i fondi pensione contenute nel DM 703/1996 saranno, anzi sono tuttora, oggetto di modifica, sia per effetto d’esplicita previsione normativa, sia per tenere conto delle novità che hanno caratterizzato l’evoluzione dei mercati.
La procedura di riforma del Decreto 703/1996 ha preso il via in concomitanza con le festività natalizie del 2007, dopo l’introduzione della Direttiva Europea 2003/41/CE (c.d. Direttiva Epap) e del D. lgs. 252/2005, ossia della riforma del Tfr.
Una prima nuova versione del Decreto 703/1996 era attesa per lo scorso aprile, in parallelo alle elezioni politiche. Almeno questo era l’obiettivo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il cui direttore generale, Giovanni Sabatini, ha avviato il lavoro per definire il nuovo testo, al termine della consultazione pubblica, i cui contributi sono stati pubblicati sul sito Internet del MEF.
L’esigenza di aggiornare le regole di investimento dei fondi pensione nasce a 12 anni dal varo del testo originario ed è dovuto sia al novero degli strumenti finanziari utilizzabili nelle gestioni previdenziali, sia agli strumenti di controllo delle gestioni stesse. L’idea è di allargare i limiti d’investimento dei fondi pensione a strumenti finanziari alternativi, come gli hedge fund, o in grado di offrire coperture rispetto al rischio valutario, come i derivati. Nel 1996, infatti, gli hedge funds stavano solo affacciandosi nel mercato italiano e i primi investimenti dei fondi pensione inducevano alla cautela più estrema. La possibilità di allargare le gestioni anche ad altre tipologie di fondi è uno degli obiettivi della riforma del DM 703/1996. Assogestioni, che rappresenta le Sgr che già oggi gestiscono i fondi pensione, punta ad una crescita qualitativa, oltre che quantitativa, degli asset nel portafoglio degli strumenti di previdenza complementare.
Ma il punto che più degli altri sta animando il dibattito riguarda il monitoraggio del rischio, a carico dei fondi pensione. L’obiettivo del Ministero è includere altri strumenti d’analisi del rischio, oltre al benchmark. Per esempio il Value at Risk, conosciuto meglio con il termine di VaR, già utilizzato da alcuni fondi pensione e dai gestioni patrimoniali. Ipotesi che ha destato la perplessità della Covip (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) e di Assofondipensione, che rappresenta i fondi pensione negoziali e le parti istitutive. Una perplessità che rischia di ostacolare la specificità del risparmio previdenziale, che punta al lungo termine e mal si concilia con uno strumento come il VaR, efficiente nel breve periodo. Altro dubbio riguarda l’onere della gestione del rischio. Toccherebbe alla direzione del fondo, che si occupa però dell’asset allocation strategica e demanda quella tattica ai gestori esterni cui affida un mandato. Non sarà semplice, ma sarà indispensabile giungere ad una soluzione che concili gli interessi e le posizioni delle varie parti coinvolte.
Tutta la nuova disciplina si dovrà basare sul principio della “persona prudente” e, in generale, dovrà eliminare gli attuali limiti quantitativi previsti per l’investimento delle risorse dei fondi pensione.

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- CAPITOLO 1- INTRODUZIONE, OBIETTIVI E STRUTTURA DELL’ELABORATO - Simone Serafini Pagina 1 CIMF ---------------------------------------------------- Capitolo 1 INTRODUZIONE, OBIETTIVI E STRUTTURA DELL’ELABOTATO. 1.1 Introduzione: lo scenario di riferimento. Dal primo gennaio 2007, dopo molti anni di discussioni e d’aspri scontri politici ed economici, è entrata in vigore la riforma della previdenza complementare, conosciuta anche con il termine di secondo pilastro, che dovrà, nelle intenzioni di tutti i fautori - Governo, sindacati, esperti - aggiungere alla pensione pubblica del primo pilastro, la quota mancante per assicurare ai futuri pensionati un dignitoso tenore di vita negli anni della loro quiescenza. Uno dei nodi da risolvere - aggravato dalla scarsa adesione dei lavoratori, soprattutto dei lavoratori più giovani, ai nuovi fondi pensione - era la questione del Trattamento di fine rapporto (conosciuto meglio con il termine di Tfr). Da ciò è sorta la seconda riforma della previdenza complementare, il Decreto legislativo 252 del dicembre 2005, previsto, inizialmente, per il primo gennaio 2008 ma anticipato di un anno dal governo Prodi 1 . I lavoratori (esclusi per il momento i dipendenti pubblici) sono stati chiamati, dal primo gennaio 2007, a fare importanti scelte sulla destinazione del loro Tfr. Tutti i lavoratori dipendenti, entro il primo luglio 2007 ma, attenzione, anche in seguito - sapendo 1 Una sintesi dell’evoluzione normativa della previdenza complementare è rinvenibile in M. SARTI, Fondi pensione. Passato, presente, futuro, Franco Angeli, Milano, 2007, pp. 13-35, in cui l’Autore ripercorre le tappe che hanno caratterizzato la nascita e lo sviluppo dei fondi pensione in Italia, partendo dalla fine dell’Ottocento, passando per le riforme degli anni Novanta (legge Amato e riforma Dini), fino a giungere alle recenti riforme del Terzo Millennio (legge Maroni, D. lgs. 252/2005, legge finanziaria 2007). Si veda anche G. CAZZOLA, Il ruolo cruciale dei fondi pensione in Italia, in “Bancaria”, n. 7-8, 2002, Roma, pp. 70-83.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Simone Serafini Contatta »

Composta da 233 pagine.

 

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