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Il ciclismo e la morsa del doping – Da Coppi all’Operaciòn Puerto, storie di scandali in un mondo malato al suo interno

Informazioni tesi

  Autore: Antonio Massariolo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Raffaele Fiengo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 78

Il ciclismo è uno sport duro, forse il più duro. Allenarsi anche dici ore al giorno, sia con 40° che sotto tremendi temporali non è semplice per nessuno, né per i campioni né per i gregari. Anche l’indimenticato Pantani diceva spesso:”Io vado forte in salita per abbreviare la mia agonia!”.
Purtroppo però la storia di questo sport è costellata di scandali di doping. Una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione (“Il ciclismo e la morsa del doping – Da Coppi all’Operaciòn Puerto, storie di scandali in un mondo malato al suo interno”) traccia un’analisi di questo gravissimo fenomeno, cercando di mettere in luce le difficoltà che questo sport ha nel fare chiarezza nelle sue questioni più “nere”. Il ciclismo infatti è ancora un mondo in cui c’è troppa omertà, basti considerare i ciclisti che veramente hanno confessato tutte le loro responsabilità.
Le colpe della situazione in cui si trova adesso il ciclismo, però, non sono imputabili solamente ai corridori, bensì ci sono molte altre categorie che hanno enormi responsabilità. La prima categoria sono sicuramente i politici poiché, come è stato dettagliatamente descritto nella tesi non è ammissibile che, mentre in alcuni stati come Francia e Germania si attua una dura lotta al doping, in altri non esista nemmeno il reato. Il caso più eclatante è proprio quello dell’Operación Puerto, in cui in Spagna, all’epoca dei fatti, non esisteva nemmeno una legge che puniva il doping.
Un’altra categoria che ha enormi responsabilità è quella dei dirigenti. Non è molto credibile infatti che i direttori sportivi delle squadre non sappiano nulla delle pratiche illecite dei loro tesserati. Non è credibile ad esempio che, il signor Bjarne Riis,vincitore di un Tour de France che gli regalò il soprannome di “Mr.60%”, livello di ematocrito riscontrato in lui che per sua stessa ammissione era dovuto all’uso di EPO, non sapesse nulla delle pratiche illecite che Ivan Basso, capitano e leader della sua formazione, attuava con il dott.Fuentes.
Una terza categoria che ha notevoli colpe è quella dei medici. I ciclisti non possono procurarsi le sostanze dopanti da soli, bensì hanno bisogno di un esperto. Alcuni medici tristemente famosi nel mondo del ciclismo sono analizzati dettagliatamente all'interno della tesi, in cui sono stati messi in luce diversi documenti che attestano le reali responsabilità di questi medici ed i loro contatti con i ciclisti, molti dei quali sono nomi di primissimo piano.
Anche i magistrati penali e sportivi hanno colpe. Spesso hanno sottovalutato
il problema o, come descritto dettagliatamente nella tesi, nel caso di Giampaolo Caruso hanno erroneamente condannato ciclisti, contribuendo a creare uno stato di tensione in questo mondo.
L’ultima categoria che ha enormi responsabilità è sicuramente quella dei media. Qui entriamo in un ambito estremamente ampio e complesso. Proprio per questo è utile analizzare i singoli casi di cui si è maggiormente a conoscenza. Tentiamo quindi di analizzare principalmente le “nostre” responsabilità. All’interno della stampa sportiva italiana esistono giornalisti che parlano chiaramente e volutamente di doping nel ciclismo, ed altri che, per diversi motivi che chiariremo in seguito, spesso si soffermano solamente sull’aspetto romantico di questo sport. Esistono quotidiani importanti (La Gazzetta dello Sport o La Repubblica) che al loro interno hanno giornalisti estremamente chiari ed informati in materia di doping, che non hanno mai aggirato il problema preferendo all’amicizia ipocrita del campione la chiarezza. Non si può quindi generalizzare accusando tutto il giornalismo italiano di collusione con il problema doping. Bisogna notare però, che, nel mondo del ciclismo, l’impatto maggiore ce l’ha sicuramente la televisione. E’ proprio qui che servirebbe una ricerca della verità che purtroppo in questo momento non c’è. In televisione infatti, molto spesso, intervengono proprio le persone imputate, senza che a loro vengano fatte domande che permetterebbero una maggiore conoscenza dei fatti. I problemi di chi racconta questo mondo possono essere di tre tipi: ignoranza, complicità e malafede.
Nella tesi sono spiegati dettagliatamente, mettendo in luce le reali responsabilità di alcuni giornalisti. Il giornalismo sportivo, in questo momento, ha la grande occasione di assumere il ruolo che realmente dovrebbe avere, cioè quello di fare chiarezza in questo mondo così complicato.
Il giornalismo ed i media in generale dovrebbero finalmente mettere da parte l’ipocrisia ed iniziare,
allo stesso modo con cui raccontano ed enfatizzano le imprese e le vittorie, a mettere in luce anche le molte difficoltà e contraddizioni che caratterizzano questo sport. I nomi di coloro che sbagliano devono uscire allo scoperto e, soprattutto, devono essere allontanati dal ciclismo, altrimenti questo eroico e romantico sport rischia di collassare su sé stesso.

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3 1.Introduzione Lo sport sotto molti punti di vista può essere considerato la metafora della vita. Il ciclismo in particolare lo è. E’ lo sport che più ti insegna a diventare una persona forte. Nel ciclismo non bisogna mollare mai, tenere sempre duro anche quando molleresti tutto. Il ciclismo è lo sport nazional-popolare per antonomasia, sarà perché i ciclisti ti passano vicino e tu non devi pagare per stargli accanto, o perché in loro riconosci la fatica vera, il sacrificio, il sudore nell’affrontare uno sforzo disumano nello scalare delle salite che solo a vederle fanno paura. Pantani stesso diceva: “vado forte in salita per abbreviare la mia agonia”. I ciclisti, in tutte le epoche, sono sempre stati considerati degli eroi. Fare il ciclista non è facile, richiede moltissimi sacrifici. Allenarsi anche 10 ore al giorno in bici, sia con 40° che sotto tremendi temporali, non è cosa semplice per nessuno, né per campioni né per i gregari. Proprio i gregari sono la pagina più bella romantica che possa essere scritta su questo sport. Come disse Pier Bergonzi su La Gazzetta dello Sport, “il ciclismo senza i gregari sarebbe uno sport dimezzato. Sarebbe come se al jazz togliessero i sax”. I gregari sono coloro che hanno fatto del ciclismo lo sport più vicino ad un mestiere. Gente che ha scelto di allenarsi anche dieci ore al giorno, sotto qualsiasi temporale, non per vincere ma per far vincere. Nel ciclismo anche chi arriva ultimo merita un applauso, tanto che fino a pochi anni fa esisteva proprio un premio per l’ultimo classificato nei “grandi giri”. Questo sport come abbiamo visto comporta enormi sacrifici e, come disse Guillaume Prebois, giornalista francese che per dimostrare la possibilità di fare del ciclismo “pulito” si allenò duramente e percorse i tre “grandi giri” un giorno prima della corsa ufficiale, “la tentazione ad imbrogliare ed aiutarsi con delle sostanze proibite viene”. La storia del ciclismo infatti è costellata di campioni, o presunti tali, che hanno vinto corse importantissime come Tour de France o Giro d’Italia, per poi essere scoperti dopati.

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