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Il procedimento di esdebitazione nella nuova legge fallimentare

In linea con le legislazioni di diversi ordinamenti europei oltre che degli Stati Uniti d’America, la riforma delle procedure concorsuali attuata con il d.lgs. n° 5 del 9 gennaio 2006 , e recentemente corretta e integrata con il d.lgs. n° 169 del 12 settembre 2007 , ha introdotto nella legge fallimentare l’istituto dell’esdebitazione.
La relativa disciplina è contenuta in un apposito capo (il nono) della legge fallimentare, rubricato appunto “Dell’esdebitazione”, il quale si compone di tre articoli, dal 142 al 144.Le disposizioni originarie racchiuse nel capo IX sono state interamente soppresse: in luogo della procedura per ottenere la riabilitazione civile, viene introdotto, a favore del fallito tornato in bonis un procedimento diretto a conseguire un diverso effetto.All’interno del riformato capo IX trovano attualmente collocazione una serie di disposizioni che descrivono un procedimento preordinato ad accertare la ricorrenza di determinate condizioni in presenza delle quali è consentito al tribunale fallimentare la pronuncia di un provvedimento per effetto del quale i debiti del fallito non soddisfatti integralmente all’esito della procedura fallimentare divengono inesigibili. L’istituto, che costituisce un’assoluta novità introdotta nel sistema concorsuale, è descritto dalla Relazione Governativa al D.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 in termini di “incentivante liberazione del fallito persona fisica dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti integralmente all’esito della procedura fallimentare”. La novella non definisce espressamente il fenomeno giuridico dell’esdebitazione ma si limita a delinearne gli effetti, nell’articolo 142 della legge fallimentare, in termini di beneficio della “liberazione dai debiti”. Tale effetto è una novità di grande rilevanza in quanto deroga alla regola contraria, sancita dall’articolo 120 della legge fallimentare secondo la quale “Con la chiusura del fallimento i creditori riacquistano il libero esercizio delle loro azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti per capitale e interessi”. Dall’analisi della disposizione, si evince che l’esdebitazione del fallito non è un effetto automatico della chiusura del fallimento. L’inesigibilità dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti, è, infatti, resa possibile solo da un apposito provvedimento del tribunale previo accertamento della sussistenza delle condizioni descritte nell’articolo 142, la maggior parte della quale attinenti a comportamenti corretti e collaborativi del fallito. L’istituto dunque, attribuisce al fallito la possibilità di essere liberato dai vincoli obbligatori sopravvissuti al fallimento, un interesse squisitamente privato per il fallito, come misura premiale per aver tenuto sia prima che durante la procedura, una condotta corretta tesa a salvaguardare le aspettative di soddisfacimento dei creditori. Il legislatore è consapevole che, in assenza di incentivazioni a tenere un comportamento corretto nei confronti dei creditori, il debitore, in pendenza di una crisi economico-finanziaria, è indotto a porre in essere comportamenti opportunistici e ostruzionistici preordinati a sottrarre il proprio patrimonio all’esecuzione concorsuale. Per scongiurare e moderare tali comportamenti e con l’obiettivo di stimolare e incentivare la collaborazione e la cooperazione del debitore, il legislatore attribuisce al fallito la possibilità giuridica di acquisire un vantaggio economico come compenso da riconoscersi in cambio comportamenti corretti e collaborativi.
Segnalata come una delle principali novità da attuare con la riforma delle procedure concorsuali, per i primi commentatori della legge delega l’istituto dell’esdebitazione costituiva uno strumento attraverso il legislatore voleva attuare nell’ordinamento italiano un preciso slogan scritto nel Chapter 7 della legge sull’insolvenza americana: “Se una tua iniziativa fallisce, fermati, rifletti e riprovaci.”
La suggestione del legislatore verso i modelli di quegli ordinamenti che attribuiscono alla “seconda possibilità” un valore socialmente ed economicamente meritevole di tutela si coglie nella formula che utilizza la Relazione ministeriale al decreto legislativo n° 5 del 2006 che individua la ratio dell’esdebitazione nell’obiettivo “di recuperare l'attività economica del fallito per permettergli un nuovo inizio, una volta azzerate tutte le posizioni debitorie”, formula che riecheggia l’espressione che utilizza la letteratura giuridica angla americana che, definendo la ratio della discharge, istituto dal quale sembra trarre origine l’esdebitazione, parla di “to make a fresh start in life”.

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3 Capitolo primo IL NUOVO DIRITTO FALLIMENTARE E I PRINCIPI ISPIRATORI DELL’ESDEBITAZIONE 1.L’esdebitazione: aspetti generali. In linea con le legislazioni di diversi ordinamenti europei oltre che degli Stati Uniti d’America, la riforma delle procedure concorsuali attuata con il d.lgs. del 9 gennaio 2006 n°5, e recentemente corretta e integrata con il d.lgs. del 12 settembre 2007 n° 169, ha introdotto nella legge fallimentare l’istituto dell’esdebitazione. La relativa disciplina è contenuta in un apposito capo (il nono) della legge fallimentare, rubricato appunto “Dell’esdebitazione”, il quale si compone di tre articoli, dal 142 al 144. Le disposizioni originarie racchiuse nel capo IX sono state interamente soppresse: in luogo della procedura per ottenere la riabilitazione civile, viene introdotto, a favore del fallito tornato in bonis un procedimento diretto a conseguire un diverso effetto. All’interno del riformato capo IX trovano attualmente collocazione una serie di disposizioni che descrivono un procedimento preordinato

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Chiara Randazzo Contatta »

Composta da 219 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.