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Una koinè adriatica? Ancona, Cattaro, Venezia e Ragusa tra fine XVI e XVII secolo.

In quella che fu sicuramente l’età della decadenza per l’Italia e per l’intero Mediterraneo, si segue attraverso i documenti di quattro archivi (Ancona, Cattaro, Venezia e Ragusa) e si cerca di sintetizzare in tre grandi parti la realtà economica, sociale e politica dell’Adriatico attraverso un secolo (1580-1680 circa), anche tenendo presente la lezione di Braudel per cui esso è “la regione marittima più coerente”, quella in grado di porre “da sola, e per analogia, tutti i problemi impliciti nello studio dell’intero Mediterraneo”.

La trattazione si apre con l’esame della parabola economica di Ancona, una città che – come ampiamente mostrato da numerosi storici – conosce nel corso del Cinquecento una enorme espansione come piazza commerciale, divenendo punto cruciale del passaggio tra Europa e Occidente. I motivi di questo successo, tuttavia, vengono meno già nello stesso secolo; ma la città si mantiene porto attivo fino al Seicento inoltrato, soprattutto grazie alla richiesta di materie prime proveniente dall’entroterra marchigiano, che conosce all’epoca un precoce quanto breve sviluppo produttivo. Se Ancona è un luogo di approdo e scambio delle merci, Cattaro e le Bocche sono invece sede di una classe di mercanti-navigatori che ricavano notevole guadagno dal mettere in relazione due economie disequilibrate come Venezia e l’Impero Ottomano, ma che devono fare i conti con i rischi che il mestiere marittimo comportava. Rischi che d’altra parte minacciavano in misura anche maggiore il piccolo commercio interadriatico, effettuato per lo più da imbarcazioni minori, la cui analisi conclude questa parte.

Di seguito sono concentrate le storie dei gruppi “estranei” che vivevano e/o commerciavano sull’Adriatico: ad Ancona, si tratta in primo luogo degli ebrei, presenti nelle Marche e in particolare nel capoluogo da sempre, che subiscono nel Cinquecento durissimi colpi: prima con la persecuzione dei marrani portoghesi, poi con la chiusura in ghetto e le norme pontificie a danno degli ebrei italiani, cui comunque non sono soggetti i potenti e facoltosi levantini. Nonostante questi problemi, e pur attraversando una grave crisi demografica, gli ebrei di Ancona riescono a mantenere un importante peso economico nella città e, a fine Seicento, anche la loro condizione sociale appare migliorata. Altre comunità incontrate in quegli anni nei documenti (soprattutto in quelli concernenti il commercio, ma non solo) sono quella balcanico-orientale, anch’essa con profonde radici storiche nelle Marche, quelle italiane (i fiorentini, pochi e ricchi commercianti, e i bergamaschi, tantissimi e diffusi in tutte le classi sociali), e infine i nordici, che si moltiplicano con lo spostamento degli equilibri economici. A Cattaro, la frontiera politica è quella con i turchi, con i quali peraltro il rapporto non è sempre di mera ostilità, perché la vicinanza sviluppa giocoforza delle relazioni e perché comunque il modello commerciale cattarino aveva bisogno del mercato ottomano; ma c’è anche una frontiera sociale, particolarmente evidente in una provincia piccola e profondamente ancorata a costumi tradizionali slavi, oltre la quale ci sono le “bocche inutili”: chi non può lavorare o combattere, le donne. L’archivio storico di Cattaro ha restituito storie di queste umanità negletta, eppure spesso molto vicina a noi.

Nella terza parte, si prova a ricostruire l’organizzazione e le relazioni “politiche” delle città dell’Adriatico, cominciando con l’amministrazione della giustizia “veneziana” nelle Bocche di Cattaro, che era largamente autonoma e in parte ancora tribale e tradizionale. In seguito, si osserva come funzionasse l’asse Ancona-Ragusa, la sua storia, le sue motivazioni economiche, le sue protezioni politiche, e le conseguenze di questo strettissimo rapporto. Più avanti, concentrandosi sul secolo XVII in cui l’Adriatico conobbe due guerre, si vedono le relazioni tra la Repubblica veneta e quella ragusea, osservandole dall’ottica delle Bocche di Cattaro, provincia cruciale per i domini veneti. In pace e in guerra, si dà voce ai documenti per mostrare come Venezia incarnasse in quel secolo, per lo più inconsapevolmente, una domanda di libertà e di affermazione della propria identità da parte delle popolazioni slave adriatiche e balcaniche, mentre Ragusa (e dunque Ancona) rimaneva legata ad un modello politico stantio.

Il lavoro si conclude con una breve carrellata sul “mito del Turco”, misto di attrazione e repulsione, di realtà e di spinte ideali, e su come l’esistenza stessa di un Altro contribuì a costruire, per negazione, un’identità delle popolazioni cristiane mediterranee e dell’intera Europa.

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5 Premessa. Muoversi dal particolare per arrivare ad una visione d’insieme, ma senza rinunciare ai dettagli: questo è l’obiettivo, senz’altro ambizioso, di questo lavoro. Che cosa significa? In primo luogo, che da tante storie banali e quotidiane, da scene di vita consueta, da eventi precisi accaduti a per- sone con un nome e una vita propri, da tutto questo si è cercato di co- struire un quadro vasto, che abbracci tutto l’Adriatico attraverso la fine del XVI e il XVII secolo e che giunga a toccare gran parte dei temi che sono comuni all’intero Mediterraneo di allora (e non solo di allora; quell’epoca di feroce e forzata convivenza tra almeno due mondi che si odiavano e si temevano ha molto da insegnare alla realtà di oggi). Nel quadro vasto, tuttavia, le singole storie non debbono cessare di esistere, e di esistere per sé; come in un mosaico in cui ogni tessera è a sua volta una scena indipendente, vorremmo che l’idea generale, le opinioni e i giudizi che diamo e riportiamo non cancellassero le vite che abbiamo rin- tracciato, soprattutto le più umili, quelle solitamente dimenticate. D’altronde, avrebbe poco senso scrivere di Storia senza raccontare l’umanità, che quella Storia ha costruito. Il lavoro che abbiamo in mente, quello che abbiamo voluto scrivere, è in- vece vivido, colorato, è la trattazione di un mare tremendamente vitale anche nel secolo della sua pretesa decadenza; non ha tesi preconcette, non ha accolto i documenti inserendoli all’interno di un’idea già pronta, ma nasce dai documenti, dalle testimonianze, trae linfa dalle storie nar- rate e anzi esiste perché sono esistite le persone cui cerca di dar voce. Questo lavoro si prefigge inoltre un altro obiettivo, anch'esso non facile da raggiungere: quello di avvicinare gli uomini e i numeri, di aggiungere dati reali ed oggettivi alla narrazione per formare un contesto chiaro e

Tesi di Dottorato

Dipartimento: Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea

Autore: Tommaso Giancarli Contatta »

Composta da 300 pagine.

 

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