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Architettura buddhista del Gandhāra: il san۬ghārāma, tipologia ed evoluzione

Informazioni tesi

  Autore: Veronica Lotto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Arcangela Santoro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 211

Oggetto della tesi sono la tipologia e l’evoluzione delle strutture monastiche all’aria aperta che furono utilizzate dai monaci appartenenti al sańgha buddhista.
Sańghārāma inteso come edificio monastico permanente in cui i membri di comunità buddhiste vivevano stabilmente. Strutture sulle quali non abbiamo testimonianze che risalgano al tempo del Buddha e al periodo immediatamente successivo quando il monaco itinerante presumibilmente si serviva di rifugi temporanei (vihāra).
La vita errante condotta dai monaci escludeva la possibilità di risiedere permanentemente in qualche luogo particolare. E’ quindi probabile che i membri del sańgha utilizzassero ripari provvisori come grotte o capanne costruite con mezzi di fortuna. Il clima imponeva però la ricerca di un riparo più o meno permanente per la durata della stagione delle piogge. Le donazioni elargite da un numero sempre maggiore di laici convertiti al Buddhismo non devono essersi limitate alla costruzione di stūpa ma deve aver interessato anche l’edificazione di alcune strutture abitative. Una volta costruite però queste strutture necessitavano di gestione e manutenzione: è impensabile credere che ogni anno fossero finanziati ed eretti nuovi edifici in sostituzione di quelli abbandonati alla fine dell’ultima stagione delle piogge. Per questo motivo gli edifici nati per esercitare la funzione di “rifugio stagionale” devono aver imposto la presenza costante di alcuni dei monaci della comunità che ne garantissero il mantenimento.

Sono queste strutture abitative che assumono carattere permanente, con tutte le loro componenti aggiuntive necessarie nella vita quotidiana, che sono oggetto della nostra ricerca. Lo scopo è quello di determinare quale direzione e modalità abbia assunto l’evoluzione degli edifici monastici e se sia lecito parlare, almeno dopo un periodo di elaborazione, di “tipologia standard” di sańghārāma. L'indagine quindi non si interessa esclusivamente dei singoli monasteri, sui quali si è cercato di fornire il maggior numero di informazioni possibili, ma anche del confronto tra i diversi esemplari a disposizione per ottenere una visione complessiva di quelli che devono essere considerati elementi imprescindibili o solo occasionali nella costruzione di un sańghārāma.

Il territorio interessato dall'indagine è quello del Gandhāra. Con questo termine però non intendiamo riferirci alla regione geografica con questo nome, che corrisponde all’odierno distretto di Peshawar. In realtà l’area geografica considerata è quella che fu interessata dall’espansione della scuola d’arte definita del Gandhāra: un territorio che si estende all’interno dei confini degli attuali stati di Pakistan ed Afghanistan. All’interno di questo vasto territorio è possibile distinguere delle aree ben definite in cui sono concentrati resti di complessi monastici buddhisti.

Nell’approccio alla ricerca non è stato definito alcun arco cronologico entro il quale indirizzare la scelta dei siti da esaminare. Poiché lo scopo è quello di verificare le particolarità dell’evoluzione delle strutture monastiche, sarebbe stato indice di parzialità definire un arco cronologico che escludesse a priori testimonianze che potevano rivelarsi importanti nel trarre le conclusioni.
Le più antiche strutture indagate appartengono al I sec. a.C. e questo dipende esclusivamente dal fatto che non è stato possibile rintracciare edifici antecedenti. Dobbiamo considerare che non molti complessi sono stati risparmiati dal deterioramento dovuto al trascorrere del tempo, alle intemperie e ad eventuali guerre. Per questo motivo non dovremmo stupirci se le testimonianze più numerose che sono arrivate ai giorni nostri appartengono alle costruzioni in pietra mentre nulla abbiamo a proposito di ciò che potrebbe essere stato costruito in materiali deperibili e poche strutture, non sappiamo in quale percentuale, in terra cruda.
Dal I sec a.C. l'indagine si protrae sino all’VIII – X sec. d.C. quando arriva al termine la vita dei monasteri più longevi. Questo lungo periodo di tempo vede il susseguirsi di diverse dominazioni che influenzeranno, a livelli differenti, la vita nei territori di nostra competenza.

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Introduzione Oggetto della nostra tesi sono la tipologia e l’evoluzione delle strutture monastiche all’aria aperta che furono utilizzate dai monaci appartenenti al san۟gha buddhista. Ci riferiamo al san۟ghārāma come edificio monastico in cui i membri della comunità buddhista vivevano stabilmente. Probabilmente nel periodo più antico del Buddhismo il monaco si serviva di rifugi temporanei (vihāra). In questa fase i membri del san۟gha utilizzavano ripari provvisori come grotte o capanne costruite con mezzi di fortuna. Il clima imponeva però la ricerca di un riparo più o meno permanente per la durata della stagione delle piogge. Con la diffusione del Buddhismo la situazione andò modificandosi. Le donazioni elargite da un numero sempre maggiore di laici convertiti non devono essersi limitate alla costruzione di stūpa ma devono aver interessato anche l’edificazione di alcune strutture abitative per i monaci. Strutture che, una volta costruite, necessitavano di gestione e manutenzione. 4

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