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Il ruolo degli operatori nel percorso rieducativo del detenuto

Informazioni tesi

  Autore: Raffaella Liuzzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Servizio Sociale
  Relatore: Gianni Del Rio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 81

Questa tesi, così come tutto il mio percorso universitario, è nata dalla mia esperienza di volontariato presso il Carcere di Milano-Bollate, iniziato cinque anni fa.
Non è stato facile entrare in un’Istituzione così particolare, ma una volta superati quei pregiudizi che tanti di noi si portano dietro, il mio intervento ha cominciato ad avere un senso ma, cosa più importante, ha cominciato a sollevare in me una serie di curiosità e di domande su questo “pianeta” così lontano, anche fisicamente, dalla vita di noi, persone “normali”.
Guardando il carcere dall’esterno, non si possono neanche immaginare le dinamiche che avvengono all’interno, esso è un microcosmo in cui si vive reclusi a causa di reati e crimini commessi. Il carcere fa fronte ad alcuni bisogni della società esterna quali: protezione, allontanamento da chi, essendo un criminale, ci può minacciare, e un bisogno di giustizia, che punisce chi viola le leggi che lo Stato si dà. Esso dovrebbe avere un ruolo rieducativo, ma spesso finisce per avere soltanto un ruolo contenitivo; solo in alcune carceri, infatti, vi è un gran numero di progetti interni e, in numero ancor più ridotto, sono le carceri in cui vi sono progetti che aprono l’Istituto all’esterno.
Ma tali progetti sono essenziali per la rieducazione e reinserimento dei detenuti, in quella che sarà la loro vita una volta usciti dal carcere, dopo aver scontato la pena. Se tali progetti vengono a mancare, le possibilità di contatto con l’esterno sono davvero poche: i giornali, la televisione, che però mostrano un mondo poco reale, e gli incontri con i familiari o le terze persone, in quelle 6 ore mensili, e attraverso le telefonate, in quei 10 minuti a settimana, le lettere, e, per chi è più fortunato, i permessi premio.
Tali personali osservazioni mi hanno indotto ad interrogarmi sulla concreta possibilità di dare piena e completa attuazione al dettato costituzionale e alla successiva legislazione a favore della rieducazione e del reinserimento del detenuto. È possibile fare rieducazione all’interno del carcere? Quali sono i meccanismi che eventualmente impediscono il raggiungimento degli obiettivi voluti dalla legge?
Ma la domanda per me più essenziale riguarda la possibilità di ragionevoli alternative alla pena detentiva.
A questi quesiti ho cercato di dare risposta attraverso il mio lavoro di studio ed esperienza diretta.

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5 PARTE PRIMA INTRODUZIONE Questa tesi, così come tutto il mio percorso universitario, è nata dalla mia esperienza di volontariato presso il Carcere di Milano-Bollate, iniziato cinque anni fa. Non è stato facile entrare in un’Istituzione così particolare, ma una volta superati quei pregiudizi che tanti di noi si portano dietro, il mio intervento ha cominciato ad avere un senso ma, cosa più importante, ha cominciato a sollevare in me una serie di curiosità e di domande su questo “pianeta” così lontano, anche fisicamente, dalla vita di noi, persone “normali”. Guardando il carcere dall’esterno, non si possono neanche immaginare le dinamiche che avvengono all’interno, esso è un microcosmo in cui si vive reclusi a causa di reati e crimini commessi. Il carcere fa fronte ad alcuni bisogni della società esterna quali: protezione, allontanamento da chi, essendo un criminale, ci può minacciare, e un bisogno di giustizia, che punisce chi viola le leggi che lo Stato si dà. Esso dovrebbe avere un ruolo rieducativo, ma spesso finisce per avere soltanto un ruolo contenitivo; solo in alcune carceri, infatti, vi è un gran numero di progetti interni e, in numero ancor più ridotto, sono le carceri in cui vi sono progetti che aprono l’Istituto all’esterno. Ma tali progetti sono essenziali per la rieducazione e reinserimento dei detenuti, in quella che sarà la loro vita una volta usciti dal carcere, dopo aver scontato la pena. Se tali progetti vengono a mancare, le possibilità di contatto con l’esterno sono davvero poche: i giornali, la televisione, che però mostrano un mondo poco reale, e gli incontri con i familiari o le terze persone, in quelle 6 ore mensili, e attraverso le telefonate, in quei 10 minuti a settimana, le lettere, e, per chi è più fortunato, i permessi premio. Tali personali osservazioni mi hanno indotto ad interrogarmi sulla concreta possibilità di dare piena e completa attuazione al dettato costituzionale e alla successiva legislazione a favore della rieducazione e del reinserimento del detenuto. È possibile fare rieducazione all’interno del carcere? Quali sono i meccanismi che eventualmente impediscono il raggiungimento degli obiettivi voluti dalla legge? Ma la domanda per me più essenziale riguarda la possibilità di ragionevoli alternative alla pena detentiva. A questi quesiti ho cercato di dare risposta attraverso il mio lavoro di studio ed esperienza diretta. Nel 1° capitolo, ho cercato di fare un excursus storico sulla carcerazione, sulle istituzioni totali e sulle evoluzioni che hanno portato, attraverso le varie Leggi, alla creazione di un Carcere più attento alla “persona”, nella sua globalità. Il mio intento è stato quello di spiegare che, grazie alle Leggi ma

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carcere
rieducazione carcerati
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