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Da operatore a psicologo. Ricostruendo modelli di azione professionale in comunità.

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Monno
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Psicoterapia di Gruppo
Anno: 2008
Docente/Relatore: Giovanni Guerra
Istituito da: Istituto Terapeutico Romano (ITER)
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 98

Quando si parla di lavoro psicologico in comunità terapeutica spesso ci si imbatte in psicologi/psicoterapeuti che hanno, al suo interno, le funzioni più svariate a volte in nome di una giustificata elasticità di modelli teorici di intervento, altre volte ancora – o contemporaneamente - perché non si ha alcun modello per concettualizzare e interpretare la differenza tra operatore e psicologo all’interno di una comunità.
La tesi rappresenta questo tentativo di concettualizzazione. In modo particolare mi soffermerò su quali siano i modelli di riferimento che giustifichino, da un punto di vista teorico, la spendibilità di una professionalità psicologica che a mio avviso spesso si prostituisce in mansioni aspecifiche rispetto la sue competenze.
Se è vero che molti psicologi vengono utilizzati come operatori in strutture è anche vero che poi a questi stessi psicologi operatori viene spesso chiesto di “fare” psicoterapia quando il setting costituito è assolutamente atipico. Quale modello teorico, allora, permette questo salto? Quali sono, se esistono le grandi differenze tra psicologo/psicoterapeuta ed operatore (sia pur esso sempre uno psicologo)? E’ utile od inutile che queste differenze esistano, ed in quali contesti?
Intendo analizzare le principali linee teoriche di intervento in comunità, mettendo in risalto i modelli che incoraggiano un tipo di intervento più poliedrico e quelli che invece vi si oppongono. Il problema allora non è solo se lo psicologo è chiamato operatore o no, ma se la psicologia è in grado o no di declinare in chiave psicologica la sua presenza in comunità. Quali sono gli elementi distintivi dell’operato di uno psicologo in comunità rispetto ad un’altra professionalità operante nella stessa struttura?
La prima parte della tesi affronterà la nascita delle prime comunità terapeutiche per poi analizzare la situazione italiana prima e dopo la legge 180. Infine si cercherà di definire la situazione europea odierna. La seconda parte della tesi sarà maggiormente incentrata sulle funzioni dell’operatore in diversi contesti lavorativi, dalla comunità per tossicodipendenti a quella rivolta a disturbi psichiatrici, per valutare i punti di incontro e le differenze tra i diversi modelli alla base di molteplici modi di essere operatore e la professione di psicologo/psicoterapeuta. Il terzo ed ultimo capitolo affronterà direttamente la questione dell’identità professionale e proporrà una visione a vertice gruppoanalitico del lavoro dentro le organizzazioni sociali.

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1. Storia ed evoluzione del concetto di comunità terapeutica 1. Per collocarci teoricamente Parlando di comunità terapeutiche non si può non partire dal tentativo di darne una definizione. La pluralità delle definizioni rintracciabili nella letteratura (si veda il secondo paragrafo) segnalano un primo argomento a favore dell’idea che la “comunità terapeutica” non possa essere trattata come un oggetto dato, dal significato unico, statico, nel tempo e nello spazio, trasversale ai paradigmi disciplinari e teorici. Risulta infatti quantomeno arduo riconoscere un qualche senso di unitarietà all’insieme di forme cui il termine viene applicato. L’epistemologia contemporanea invita, da un diverso punto di vista, alla stessa conclusione. In modo convergente la filosofia, la semiotica, l’estetica, la stessa psicologia hanno saputo esprimere una concezione in senso lato socio-costruttivista (inter alia, Bruner, 1990; Cole, 1996; Gergen, 1999; Edward, Potter, 1992; Salvatore et al., 2003; Ligorio 2004) dei processi socio-simbolici che ne sottolinea il carattere culturale e situato, la contingenza dunque alla cultura locale (Carli, Paniccia: 2003) e ai contesti sociali e di scopo entro ed in funzione dei quali sono prodotti. Una comunità terapeutica con pazienti portatori di un disturbo di tipo nevrotico negli anni quaranta in Inghilterra, o una comunità terapeutica italiana del ’78 per il recupero dei tossicodipendenti, sono realtà molto diverse in termini di ideologia, modalità di intervento, equipe costitutiva, vale a dire che benché il significato dei termini “comunità terapeutica” siano chiari, tanto da permetterci di avere una categoria ampia in cui rientrino strutture molto distanti tra loro nel tempo e nello spazio, la dinamica di funzionamento è invece molteplice. Può essere utile per il nostro discorso la 6

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