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La libera circolazione delle persone e l'ordinamento italiano: l'espulsione del cittadino comunitario

Ho iniziato con l’illustrazione della libertà di circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea; ho poi analizzato le deroghe che a questa libertà si possono applicare. Dopo ciò, ho affrontato l’adeguamento dell’ordinamento italiano al diritto comunitario in materia di diritto di libera circolazione e delle sue deroghe; mi sono poi concentrata in quest’ultimo capitolo nella considerazione di alcuni atti legislativi italiani riguardo la sicurezza pubblica.

Ho scelto questo tipo di organizzazione di idee per una determinata ragione: analizzando prima la normativa comunitaria (che ha la priorità sul diritto interno), e affrontando in astratto (cioè senza riferimenti all’ordinamento italiano) gli aspetti più significativi della libera circolazione delle persone, sono riuscita (spero) ad evidenziare quali sono gli obiettivi che l’Unione Europea si pone nella regolamentazione della materia in questione; lo stesso tipo di analisi è stata fatta per il diritto interno italiano, con la differenza però che esso è stato rapportato spesso a quanto previsto dal diritto comunitario, in quanto a quest’ultimo gerarchicamente subordinato.

La conclusione della mia ricerca non voleva tanto portare ad un giudizio di compatibilità tra diritto italiano e diritto comunitario in materia di libera circolazione; quanto piuttosto mettere in luce che anche nei casi in cui i due ordinamenti non presentano significative differenze di regolamentazione, essi sono però mossi da ragioni e sono spinti verso scopi che arrivano ad essere anche diametralmente opposti.

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1. Introduzione. La libera circolazione delle persone 1.1 I beneficiari La libertà di circolazione consiste nel poter entrare liberamente in un altro stato membro dell’Unione Europea per lavorare, stabilirsi, fornire o ricevere servizi beneficiando dello stesso trattamento goduto dai cittadini di tale stato1. Sulla base del Trattato della Comunità Europea (da ora in avanti TCE), la libera circolazione delle persone individuava in origine i suoi beneficiari in coloro i quali esercitassero un’attività economica rilevante o i loro familiari; l’art. 48 (dopo la rinumerazione 39) TCE assicurava infatti il diritto di libera circolazione ai lavoratori, contemplando le ipotesi di lavoro subordinato, lavoro autonomo o di prestazione di servizi2. Per assicurare a questo diritto la piena realizzazione, il divieto di non discriminazione (anche indiretta o dissimulata) assume in quest’ambito un’importanza fondamentale, richiedendo infatti “l’abolizione di qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità tra i lavoratori degli stati membri, per quanto riguarda l’impiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro” (art. 39, par. 2 TCE)3. La progressiva attuazione del diritto di libera circolazione ha portato all’estensione dei beneficiari di tale diritto, e alla complementare riduzione, fino alla soppressione delle barriere e delle restrizioni all’ingresso e al soggiorno dei cittadini degli Stati membri all’interno della Comunità4. 1 Cfr. Weiss F., Wooldridge F., Free movement of persons within the European Community, Alphen aan der Rijn: Kluwer law international, 2007, p. 13. 2 Tesauro G., Diritto Comunitario, Padova: Cedam, 2005, p. 464. 3 Cit. Weiss F., Wooldridge F., Free movement of persons within the European Community, Alphen aan der Rijn: Kluwer law international, 2007, p. 20. 4 Cfr. Nascimbene B., “L’attuazione delle norme comunitarie sulla libera circolazione dei lavoratori” in Nascimbene B. (a cura di), La libera circolazione dei lavoratori, Milano: Giuffrè Editore, 1998.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Marta Stracuzzi Contatta »

Composta da 64 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.