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Relazione tra infermiere e paziente ricoverato in Hospice

Relazione tra infermiere e paziente ricoverato in Hospice. Ho scelto questo argomento, in quanto ho svolto 2 mesi di tirocinio in Hospice ad Aviano in Friuli.
Lì ho capito l'importanza nel rapportarsi in modo adeguato al paziente
terminale e alla sua famiglia, con una buona relazione d'aiuto e terapeutica. Vi sono diversi tipi di relazione ma quella più importante è l'aptonomia. L'Hospice non è solo una struttura dove “si va a morire”, ma un’équipe di persone adeguatamente preparate e motivate che credono nel valore e nella dignità umana in ogni momento della sua esistenza.In Hospice si attuono cure palliative che servono per migliorare la qualità della vita, secondo l'OMS ci sono 5 condizioni per attuarle. La tipologia del paziente terminale: esaurita radioterapia e chemioterapia a scopo terapeutico, prognosi inferiore a 6 mesi e Karnofsky ≤ 50%.
Attraverso l'analisi della letteratura ho confrontato vari modelli teorici.
Ho preso inconsiderazione anche la parte normativa.
Ho concluso sottolineando che l'Italia non è ancora allineata con l'Europa nelle Cure Palliative.


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4 INTRODUZIONE «È molto facile sentire: raccontare, nei giornali, alla TV, in conversazioni private, episodi di disfunzioni, mancanza di professionalità e di rispetto per il malato, tanto che il neologismo “malasanità” è diventato un vocabolo comune nel linguaggio quotidiano. È più difficile ricordarsi che esiste anche un esercizio silenzioso e preparato, che continuamente, giorno dopo giorno, si dedica ai sofferenti e viene loro incontro con efficienza e umanità.» Così afferma il docente Mirella Barbina, nel libro “Passaggio al CRO”. A pensarci bene è vero, è facile ricordarsi delle notizie negative, ma ricordarsi dei luoghi come il CRO e/o l’Hospice “Via di Natale”, se non ci si trascorre tempo. Se si va in questi luoghi ce lo si ricordi per sempre, perché come hanno scritto molte persone nei quaderni del CRO e dell’Hospice: «qui si respira aria di gentilezza e cortesia…gentilezza… sorriso…». “So che un giorno morirò, anche se non so come né quando. C’è un punto, nel profondo del mio essere, dove è custodita questa certezza. So che un giorno dovrò lasciare i miei cari, a meno che non siano loro a lasciarmi per primi. Paradossalmente, è proprio questa consapevolezza così profonda, così intima, che ci accomuna a tutti gli altri esseri umani. Ecco perché la morte altrui mi colpisce. Mi permette di puntare al cuore Dell’unica vera domanda: che senso ha la mia vita?” (M. de Hennezel, La morte amica, 1996) Si può non guardare in faccia a chi soffre e dire: “non sono fatti miei, qualcuno ci penserà”. Ma i malati terminali soli e abbandonati continueranno a guardare noi. Molti di loro non hanno niente e nessuno, talvolta neppure una casa. Dire o non dire? Chi deve pensarci? Come? Quando farlo? In quale misura?

Diploma di Laurea

Facoltà: Medicina e Chirurgia

Autore: Daisy Conficconi Contatta »

Composta da 201 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.