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La tutela penale del domicilio informatico

Abbiamo già avuto modo di anticipare, nel paragrafo 1 del presente capitolo, come l’individuazione del bene giuridico tutelato dalla norma sopra riportata, sia stata, sin dall’inizio, controversa; ciò anche a causa della collocazione sistematica, dell’illecito disciplinato, nel corpus del codice penale vigente, la quale, secondo alcuni autori, è sembrata dettata dalla necessità di evitare, da un lato, il ricorso ad una legge speciale e, dall’altro, il rafforzamento del fenomeno della decodificazione. Proprio tale collocazione ha sollecitato l’interrogativo relativo al fatto se la norma in esame tuteli il bene giuridico comune alle norme che garantiscono la libertà domiciliare, oppure se, a dispetto di tale collocazione, sia possibile registrare l’emersione di un nuovo bene giuridico.
Abbiamo anche visto come la tesi più accreditata in dottrina, proprio prendendo le mosse da tale collocazione sistematica, abbia ritenuto che la norma in esame tuteli quello che è stato definito il “domicilio informatico”, considerato come una espansione ideale dell’area di rispetto pertinente al soggetto interessato e volto a garantire il diritto di esplicare liberamente qualsiasi attività lecita all’interno del luogo informatico. In sostanza, secondo l’orientamento in esame, il legislatore avrebbe esteso al domicilio informatico lo jus excludendi del titolare che caratterizza il domicilio fisico; conseguentemente, il limite di operatività della tutela penale andrebbe individuato nell’ampiezza della voluntas excludendi, indipendentemente dal fatto che il contenuto del sistema abbia o meno carattere personale. Pertanto, il domicilio informatico rappresenterebbe, più che un nuovo bene giuridico, una specificazione del domicilio inteso in senso tradizionale. Tale impostazione è il frutto di una interpretazione “evolutiva” del concetto di domicilio alla luce del disposto di cui all’art. 14 Cost.

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INTRODUZIONE La libertà del domicilio e la sua inviolabilità sono stati assunti dal legislatore costituzionale al rango di diritti fondamentali della persona e, pertanto, meritevoli di attenta tutela da parte dell’ordinamento. La libertà del domicilio, infatti, occupa un posto tra gli articoli della Costituzione che si rivolgono alla tutela della libertà personale, inteso come valore da affermare e da difendere nella sua completezza.1 Già i padri costituenti ebbero modo di affermare con forza che “la libertà personale”, come tutti i beni della vita, come tutti i valori, non è un qualcosa che si può ritenere acquisito una volta per sempre, ma necessita di un lavorìo costante di conservazione attraverso lo sforzo di ogni giorno 2. Riconoscere all’individuo uno spazio di libertà significa garantire l’esercizio di attribuzioni che si traducono, da un lato, in molteplici possibilità di iniziativa privata e, dall’altro, nella creazione di sfere di autonomia nell’ambito delle quali il singolo possa esprimere e salvaguardare la propria personalità. La libertà di domicilio costituisce la più rilevante manifestazione della facoltà dell’individuo di dotarsi di un proprio ambito di autonomia in grado di offrire protezione da qualsiasi forma di intrusione esterna. Tale forma di libertà, a seguito del rapido evolversi della nostra società in una “società dell’informazione” ha assunto, progressivamente, un significato sempre più ampio fino a ricomprendere al suo interno ambiti che prima erano impensabili, non solo in riferimento all’individuo come “uti singulo” ma anche e soprattutto considerandolo come membro di organizzazioni societarie o enti o anche considerando gli enti stessi, nella loro individualità, come soggetti dotati di molteplici ambiti di tutela. Sia il legislatore penale del 1930 che quello civile del 1942, nonché quello costituzionale del 1948, hanno inteso delineare tale ambito di autonomia dell’individuo considerando il solo parametro della fisicità. Infatti, sia l’art. 614 cod. pen. che l’art. 43 cod. civ e l’art. 14 Cost. fanno riferimento al domicilio inteso come luogo fisico, anche se il termine assume nelle tre norme una portata semantica differente. In particolare, l’art. 43 cod. civ. definisce il domicilio come il luogo ove la persona “stabilisce la sede principale dei suoi affari ed interessi”, mentre l’art. 14 1 Cost., art. 14, commi 1° e 2°. “Il Domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale”. 2 A. C. JEMOLO, I problemi pratici della libertà, Giuffré, Milano, 1972, p. 183.

Laurea liv.I

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Maurizio Torzulli Contatta »

Composta da 88 pagine.

 

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