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Alterità e desiderio mimetico. Il sacrificio nell’opera di René Girard.

Informazioni tesi

  Autore: Samantha Maruzzella
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Edoardo Ferrario
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 178

"Tutte le società si fondano sul sacrificio”, osserva Nancy in Il pensiero infinito, e tutte le società riconoscono, seppur con modalità differenti, la sua necessità nella fondazione stessa della comunità. Quello sacrificale è infatti un rituale tanto antico quanto inestirpabile che sembra essere l’elemento costante di ogni agglomerato umano. Come per tutte le pratiche sociali, anche il sacrificio ha conosciuto modalità diverse: si è passati da una prima fase in cui si sacrificavano cereali agli dei, ad un secondo momento in cui sono documentabili sacrifici umani e poi, da questi, si è passati ai sacrifici animali. Come ovvio, talvolta nello stesso luogo esistevano forme rituali diverse, per cui il sacrificio animale conviveva con quello agrario.
Ma se le modalità appaiono differenti, non così per le motivazioni. Alle origini del sacrificio vi è infatti una condensazione della violenza su di una vittima. Così inteso, il sacrificio è una modalità di sublimare la violenza umana.
Uno dei primi interrogativi che in questa tesi ci si è posti concerne l’origine di questa violenza, la sua provenienza. Se, come abbiamo detto, il sacrificio è praticato universalmente, esso lo è anche nelle società che vivono ancora allo stato “selvaggio”; ne consegue che esso non possa essere definito come un portato della cultura. D’altra parte, se esso è praticato anche nelle società culturalmente avanzate, ne consegue che non si tratti semplicemente di “un malanno della natura”. Allora, qual è la sua origine?
Attraversando l’opera e il pensiero di René Girard, ci sentiamo di riconoscere che esso sia il portato della stessa natura umana, ed è per questo che esso è rintracciabile in ogni tempo e in ogni cultura. Girard ci insegna, infatti, che la natura umana è di per sé mimetica. Del resto, è guardando ed imitando gli altri che il bambino impara e viene educato; ma il processo imitativo non ha fine con l’età adulta, piuttosto viene da essa, per così dire, potenziato. Anche gli adulti, infatti, si imitano vicendevolmente e ognuno desidera ciò che possiede l’altro.
Insieme a Jacques Lacan abbiamo così scoperto come questo desiderio non sia, in fin dei conti, un desiderio meramente materiale di volere l’oggetto che l’altro possiede, ma nasconde la volontà di voler essere come l’altro, anzi, di più: di voler essere l’altro.
Il desiderio mimetico, così inteso, nasconderebbe quindi un’originaria mancanza d’essere, che proprio attraverso il processo imitativo l’uomo tenterebbe di colmare.
Abbiamo anche visto come quello che nella teoria girardiana va sotto il nome di “desiderio triangolare” - che chiamerebbe in causa un soggetto, un oggetto ed un imitatore - si riduca infine a una diade formata da essere del soggetto ed essere dell’imitatore, in quanto l’oggetto non avrebbe alcuna funzione essenziale, ma fungerebbe da tramite tra i due soggetti, e ciò è dimostrabile dal fatto che l’oggetto in sé non ha alcuna importanza e può essere sostituito in qualsiasi momento, non facendo venir meno la volontà di appropriazione di un soggetto sull’altro. A questo punto, abbiamo dovuto sottolineare un grave rischio che, tanto la riflessione girardiana, quanto quella lacaniana, portano con sé. Infatti, entrambe gli autori non prendono in carico una questione molto delicata che concerne ciò che siamo soliti definire “l’animale”. Attraverso questa tematica, ci siamo avvicinati al pensiero di Jacques Derrida, che a tale questione ha dedicato una larga parte della sua produzione.
Il non farsi carico dell’animale è un gesto profondamente antropocentrico che sottenderebbe la sopravvivenza di una logica di tipo sacrificale, che riconosce come sacrificio soltanto quello in cui a morire è l’uomo. Del resto, come pensare il darsi di una società che non tragga il suo fondamento nel sacrificio e da esso, se non a partire dalle violenze sugli animali? In una società sempre pronta a sacrificare gli animali e a dichiarare la loro uccisione nei termini di una “messa a morte non criminale” è davvero realista pensare una società giusta, ovvero non-violenta e non-sacrificale?
Siamo forse ancora tropo lontani dalla fine delle violenze… dalla fine della violenza.

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Introduzione Qual è l’origine dell’uomo? Come sono nati quei fenomeni tipicamente umani quali la religione, il culto, il rito? E come possiamo noi, oggi, trovar risposta a questioni così vaste? L’elemento che hanno in comune le società umane è il sacrificio fondativo. Si tratta dell’omicidio collettivo di una vittima esemplare, un cosiddetto capro espiatorio, atto a spezzare il cerchio della ritualità e placare così il circolo vizioso delle violenze, altrimenti inarrestabile. Del resto, come riconosce Jean-Luc Nancy “è certamente ragionevole attribuire la pratica del sacrificio, al più tardi, all’uomo di Lascaux. […] L’intera umanità, o poco ci manca, ha praticato qualcosa che chiamiamo il sacrificio” 1 , anche se oggi sembra che i sacrifici siano estranei alla nostra società moderna ed occidentale. La tesi che si vorrà qui sostenere è che il sacrificio è l’elemento essenziale che tutte le società umane hanno in comune e, tesi ancora più dura ma logicamente coerente con la prima, l’elemento che fonda le società umane 2 . Il tema di questa tesi è il sacrificio, questione il cui raggio d’azione oscilla e trae nutrimento da una molteplicità di discipline: la filosofia della religione, la teologia, l’antropologia, la sociologia, etc. Il tentativo sarà quello di interrogare René Girard, un autore che alla questione del sacrificio ha dedicato le sue migliori pubblicazioni cercando di far luce su aspetti poco chiari della teoria elaborata instancabilmente da Girard, mostrandone non soltanto le implicazioni antropologiche, da tutti riconosciute, 1 J.-L. NANCY, Un pensée finie, Galilée, Paris 1990; tr. it. a cura di C. RESTA, Un pensiero finito, Marcos y Marcos, Milano 1992, p. 213. 2 Con questa affermazione, non si intende certamente sostenere che le società animali non conoscano qualcosa di simile al sacrificio, ma soltanto che non esistono studi da noi conosciuti che ne dimostrino l’importanza. 4

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