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Crisi d'impresa e concordato preventivo

Questo lavoro analizza l'istituto del concordato preventivo alla luce delle sue nuove finalità che, con la riforma del 2005, risultano essere la conservazione delle imprese in crisi - ma ancora in grado di generare reddito - e il conseguente miglior soddisfacimento del ceto creditorio. A tal fine, dopo aver illustrato lo scenario nell'ambito del quale le soluzioni concordate alla crisi d'impresa - cui il nuovo concordato preventivo appartiene - hanno preso forma, si affrontano le tre importanti aree di intervento che hanno novellato l'istituto in questione: quella dei presupposti, quella del piano di regolazione della crisi e quella del ruolo del giudice.E' attraverso di esse, infatti, che il nuovo concordato preventivo si presenta oggi come strumento in grado di gestire la crisi in modo più flessibile, consentendo da un lato la conservazione dei complessi produttivi e, dall'altro, il miglior soddisfacimento dei creditori.

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1 INTRODUZIONE Negli ultimi decenni si è consolidata l’idea, da molti condivisa, dell’inadeguatezza – in termini di efficienza del mercato e di protezione degli interessi dei creditori - delle sole procedure concorsuali liquidatorie a risolvere tutte le crisi d’impresa. Negli ordinamenti più avanzati, infatti, si è progressivamente affermato il convincimento che tali procedure liquidatorie concorsuali – al ricorrere di determinate condizioni e presupposti per soluzioni alternative – rappresentino un costo sia per i creditori, in termini di minore realizzazione dei crediti, sia per il sistema economico, in termini di distruzione di ricchezza derivante dalla dissoluzione dei complessi aziendali. Nel sistema italiano, inoltre, accanto all’inefficienza delle procedure liquidatorie, si è affermata la consapevolezza dell’inadeguatezza sia delle procedure tradizionali consistenti in accordi meramente “quantitativi” (si pensi al concordato preventivo ante riforma), sia delle tecniche di mera moratoria (si pensi all’amministrazione controllata). In un contesto legislativo rimasto immutato fino ai primi anni del ventunesimo secolo, si sono sviluppate tecniche di soluzione stragiudiziale della crisi d’impresa nell’ambito del vuoto legislativo: l’esigenza di affrontare la crisi delle imprese con strumenti più elastici aveva causato la diffusione delle composizioni stragiudiziali sottratte ad ogni controllo da parte di una autorità giudiziaria o amministrativa e peraltro minacciate dal rischio della sanzione penale in caso di insuccesso (per procurato ritardo al fallimento, per condotte preferenziali, per concessione abusiva del credito). La risposta italiana all’esigenza di assecondare, con una tutela giudiziaria anticipata ed efficiente, le soluzioni privatistiche e di impronta negoziale alternative alle procedure concorsuali liquidatorie è avvenuta con il d.l. 14 marzo 2005, n.35 (convertito nella legge 14 maggio 2005, n.80). Il legislatore italiano, ispirandosi anche a modelli diffusi in altre esperienze straniere, ha operato forti innovazioni introducendo nuove forme di soluzioni concordate alle crisi d’impresa che si fondano principalmente (ma non esclusivamente) su procedure non liquidatorie e che rispondono ad una logica di mercato, di autonomia privata e di criterio del valore. L’intervento del legislatore ha accresciuto la flessibilità della gestione della crisi d’impresa, definendo o potenziando – accanto alle tradizionali procedure liquidatorie – procedure alternative di

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Anna Busatto Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.