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Alla sera le montagne diventano viola... - L'opera grafica di Sergio Toppi

Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Lo Bianco
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Giorgio Pellegrini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 164

Il lavoro è incentrato sull’opera di Sergio Toppi, fumettista, illustratore e, da qualche anno, incisore. Considerato unanimemente uno dei maggiori disegnatori viventi, ha lavorato anche per case editrici straniere: il suo stile ha influenzato l’avanguardia del fumetto supereroistico statunitense così come è apprezzatissimo dagli autori europei che riscontrano in esso l’eredità della grafica Art Nouveau reinterpretata in senso moderno.

Sergio Toppi è nato nel 1932 a Milano. Negli anni ‘50 entra nel mondo dell’illustrazione lavorando per la UTET. Collabora poi con gli studi d’animazione Pagot per diverse campagne pubblicitarie. Negli anni ‘60 inizia la sua carriera di fumettista disegnando per il Corriere dei Piccoli le storie del Mago Zurlì su testi di Carlo Triberti. Su questa testata realizza però soprattutto storie belliche e di cronaca. Prosegue la collaborazione quando il giornale cambia il nome in Corriere dei Ragazzi nel 1972. Dal 1974 lavora anche per il Messaggero dei Ragazzi diretto da padre Giovanni Colasanti. Qui il suo stile si personalizza e acquisisce caratteristiche che saranno peculiari del suo modo di disegnare fumetti: vero sacrilego per quegl’anni, Toppi viola i quadrati che delimitano le vignette precorrendo novità grafiche che erano di là da venire. Inizia un periodo fitto di collaborazioni. Queste le maggiori pubblicazioni per le quali realizza fumetti e illustrazioni: Sgt. Kirk, Linus, Alter Alter, Il Giornalino, Il Mago, Corto Maltese, L’Eternauta, Comic Art, Ken Parker, Nick Raider. Inediti in Italia sono alcuni lavori realizzati per la Larousse in Francia e per la Planeta Agostini in Spagna. Le sue illustrazioni appaiono sulle pubblicazioni periodiche, sui quotidiani e sulle copertine di libri: da Famiglia Cristiana a Selezione dal Reader’s Digest, dal Messaggero al Corriere della Sera, dai libri Einaudi a quelli della UTET. Ha disegnato, su testi di Enzo Biagi, il capitolo Americani della Storia dei popoli a fumetti della Mondadori. Tra i principali riconoscimenti ricevuti vanno ricordati nel 1975 il premio Yellow Kid e nel 1992 i premi Caran D’Ache e A.N.A.F.I.

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5 Introduzione A studiosi come Umberto Eco gli autori italiani di fumetti non potranno mai essere sufficientemente grati. Sino al 1965 il fumetto è ─ c’era poco da discutere ─ roba per ragazzi 1 . I letterati lo odiano perché ricorre ad un linguaggio scarno e sgrammaticato, troppo vicino alla lingua parlata per avere dignità letteraria. I critici d’arte lo sopportano a mala pena a causa del livello medio-basso della maggior parte dei disegnatori. In Italia, in particolar modo, il fumetto finisce nelle mani soprattutto dei giovanissimi, oppure di incalliti collezionisti di età più matura. Nell’aprile del 1965 ecco però una prima bordata 1 Sull’ostracismo subìto dal fumetto in Italia nel dopoguerra è significativo questo passo di Bepi Vigna ( da Nuvole di carta, Editrice Dattena, Cagliari 1997, pag. 59): «[...] Nacque anche un nuovo formato, quello “a striscia”, particolarmente pratico perché, oltre a permettere di contenere i costi, consentiva ai giovani lettori di nascondere i giornaletti in mezzo ai libri scolastici. C’è da tener conto, infatti, che i fumetti in quegli anni [‘50] erano considerati dannosi ed osteggiati dagli educatori». L’avversione non è solo italiana, ma è diffusa ovunque questa forma d’arte si affacci. A proposito dell’uso dispregiativo che veniva fatto della parola “fumetto” ─ ancora oggi talvolta si sente dire, ad esempio, “dramma da fumettone” o similia ─ ha detto René Clair: «L’inadeguatezza della terminologia è il sintomo più evidente della scarsa stima accordata a una forma di espressione che in nessun paese è stata ritenuta degna di una definizione più appropriata. Fumetto, Comics, Bande dessinée sono tutte espressioni amabilmente dispregiative. Di tutti i nuovi mezzi d’espressione si dice agli inizi che non sono arte. Così avvenne per il cinema, così per il jazz che, secondo alcuni, non era musica. Ancora oggi il fumetto è, agli occhi di molti, roba per analfabeti» (da Dario Campione, Il linguaggio dei fumetti, in Moliterni C., Mellot

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