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La giurisprudenza italiana sul criterio di calcolo dell’indennità in caso di cessazione del rapporto di agenzia alla luce della sentenza della Corte di Giustizia c-465/04 del 23.03.06

Informazioni tesi

  Autore: David Zucchelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Angela Tassinari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 26

È risaputo che l’agente, al termine del contratto d’agenzia, ha diritto a ricevere dal preponente una indennità di fine rapporto che risulta regolata dall’art. 1751 c.c.
Ad integrare l’articolo in esame intervenivano, secondo il dispositivo legislativo, gli accordi economici collettivi. Questi disciplinavano e disciplinano tuttora l’indennità di cessazione del rapporto prevedendo due distinte voci, del tutto svincolate da ogni valutazione meritocratica circa l’attività prestata dall’agente .

Va poi richiamato il fatto che l’indennità di scioglimento del contratto (firr) spetta all’agente in ogni caso, mentre l’indennità di clientela presuppone che il contratto si sciolga su iniziativa della casa mandante (cfr. Cass. 716/88; 4955/88; 4586/91 ).

Con ordinanza interlocutoria n. 20410 del 18/10/2004, la Corte di Cassazione ha rivolto alla Corte di Giustizia comunitaria 2 quesiti relativi all’interpretazione degli artt. 17 e 19 della c.d. “direttiva agenti” (86/653/CEE), le cui disposizioni sono state attuate nell’ordinamento italiano attraverso la riformulazione dell’art. 1751 del codice civile.

La Corte di Giustizia ha dichiarato la nullità delle clausole attualmente contenute negli accordi economici collettivi in merito alla determinazione dell’indennità di cessazione del rapporto in quanto in contrasto con una norma imperativa di legge, ma i tribunali italiani al momento non hanno recepito la normativa, riproponendoci il rapporto conflittuale tra il nuovo 1751 e gli a.e.c. .

Dalla mia ricerca di differenti sentenze italiane, in merito alla questione dell’applicazione dell’art. 1751 c.c. oppure degli a.e.c., si evince come la Corte, emanando sentenze di tenore esattamente opposto, si è sottratta alla propria funzione nomofilattica ed ha alimentato le incertezze già presenti, tenendo conto solo parzialmente dei principi affermati all’interno della sentenza CGUE.

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 1  INTRODUZIONE  È risaputo che l’agente, al termine del contratto d’agenzia, ha diritto a ricevere dal preponente una indennità di fine rapporto che risulta regolata dall’art. 1751 c.c., modificato dai D.Lgs. n.303/1991 e n.65/1999 che hanno recepito la direttiva 86/653/CEE. Prima delle modifiche legislative, l’articolo in questione stabiliva che: “all’atto dello scioglimento del contratto a tempo indeterminato, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’indennità proporzionale all’ammontare delle provvigioni liquidategli nel corso del contratto e nella misura stabilita dagli accordi economici collettivi, dai contratti collettivi, dagli usi o, in mancanza, dal giudice secondo equità” 1 (testo introdotto dalla legge n.911 del 1971). L’indennità era dunque dovuta a prescindere dagli eventi che caratterizzavano il rapporto negoziale, cosi che la posizione dell’agente veniva avvicinata – sotto il profilo in esame – a quella del lavoratore subordinato avente diritto a ricevere sempre il trattamento di fine rapporto. 2  EVOLUZIONE  Ad integrare l’articolo in esame intervenivano, secondo il dispositivo legislativo, gli accordi economici collettivi. Questi disciplinavano e disciplinano tuttora l’indennità di cessazione del rapporto prevedendo due distinte voci, del tutto svincolate da ogni valutazione meritocratica circa l’attività prestata dall’agente . Va poi richiamato il fatto che l’indennità di scioglimento del contratto (firr) spetta all’agente in ogni caso, mentre l’indennità di clientela presuppone che il contratto si sciolga su iniziativa della casa mandante (cfr. Cass. 716/88; 4955/88; 4586/91 ) 2 . 1 Vedi il sito www.ilcaso.it con note di Pietro Gobio Casali 2 Vedi Ius Laboris di Franco Toffoletto (25 ottobre 2007) 2

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