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Spagna-Italia: i bambini stranieri a scuola. Sguardi e voci di due realtà a confronto.

Informazioni tesi

  Autore: Alessandra Lauria
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Educazione Professionale
  Relatore: Mara Tognetti Bordogna
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 134

La dissertazione consta di due parti: la prima, comprendente il capitolo uno e due, è prettamente teorica, la seconda, racchiusa nel capitolo terzo, invece è pratica.
Nel primo capitolo si è cercato di capire chi è lo straniero ma soprattutto cosa rappresenta nella società moderna. Egli occupa una posizione particolare in quanto è in bilico tra due mondi: uno, il paese di origine, con il quale mantiene sempre un legame, l’altro, la società ospitante, nel quale non è mai pienamente inserito. Una volta analizzato lo scenario sociale, ci si è concentrati sulla figura del bambino straniero riconosciuto come invasore. La presenza di bambini venuti da lontano in classe stimola negli autoctoni curiosità e domande rispetto al loro vissuto, alle emozione e ad i sentimenti che provano nel trovarsi in una nuova realtà e in un’altra scuola. Fin dal momento del suo arrivo il piccolo, non solo necessita di bisogni fisiologici e primari come la casa ed il cibo, ma anche quello di comunicare, di capire e dell’essere compreso dalla nuova società che ancora non conosce. Il desiderio di confrontarsi con l’altro e di essere identificato in qualcuno e in qualcosa spinge spesso il minore a trovarsi presto in una posizione di doppia appartenenza. Nel tentativo di trovare un equilibrio. Nell’ultima parte del capitolo è stato scelto di analizzare la presenza, in maniera quantitativa, dei bambini stranieri nei due paesi – Spagna e Italia -con uno sguardo particolare alla nazione che meno si conosce. Il secondo capitolo è dedicato al ruolo della scuola nella società globalizzata dove la presenza dei bambini diventa un’occasione per ripensare e rivedere i diversi stili metodologici educativi adottati. A questo proposito si è cercato di evidenziare la funzione dell’educazione interculturale all’interno dei curricoli didattici. Questa non deve essere pensata come soluzione estemporanea ma come un’occasione volta all’incontro in cui sono rivisitate le finalità educative in maniera trasversale.
La rielaborazione di un protocollo d’accoglienza, sulla base di quello emanato dal Ministero dell’Istruzione, ha permesso alla commissione intercultura presente all’interno del contesto scolastico, di accogliere i bambini neo-arrivati facendoli sentire già da subito ben accettati e integrati. Infine, il terzo ed ultimo capitolo si conclude con la ricerca qualitativa condotta attraverso le interviste effettuate ad operatori professionali coinvolti in ambito interculturale. L’obiettivo del lavoro è stato focalizzato sulla comparazione di due realtà scolastiche dei due paesi diversi (Madrid - Milano), al fine di verificare le metodologie adottate. È stato utilizzato come metodo quello dell’intervista semi-strutturata, focalizzata sulle seguenti aree: il lavoro educativo portato avanti dal singolo e dall’associazione/ente di appartenenza, le modalità d’inserimento nella scuola, le differenze e le difficoltà nel livello di apprendimento dei bambini stranieri e non, i progetti d’integrazione, le competenze professionali necessarie, l’approccio della società in un mondo cosmopolita. Si è risalito, inoltre, al ruolo dell’educatore come promotore d’intercultura che lavora cercando di non sostituire la figura del mediatore ma di affiancarlo istaurando una relazione con l’Altro densa di significato. La multiculturalità quindi è solo un nuovo contesto in cui fare emergere le competenze dell’educatore acquisite nella sua formazione.
Come accogliere nella scuola tutti, senza negare le storie e le appartenenze di ciascuno? Come costruire orizzonti comuni a partire da biografie differenti?
La tesi proverà a darne qualche risposta.

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Introduzione “Non dimenticare mai questo: ovunque tu vada, qualsiasi cosa tu faccia, qualunque cosa tu dica, sarai sempre rimandata alle tue radici. Sei kabilia, ti prenderanno per un’araba anche se sei cittadina francese. Francese, non lo sarai mai. La nostra terra ci ricopre la pelle e ci maschera la faccia. (…) Tutto ciò che i media e gli specialisti sono riusciti a trovare è stato di dare un numero a questa generazione: la seconda. Così classificati, eravamo partiti male per forza. Si dimenticava che non siamo immigrati. Non abbiamo fatto il viaggio. Non abbiamo attraversato il Mediterraneo. Siamo nati qui, su questa terra francese, con facce da arabi, in periferie abitate da arabi, con problemi da arabi e un avvenire da arabi.(…) siamo i figli di città in transito; siamo arrivati senza che nessuno sia stato avvertito, senza che nessun ci attendesse; siamo centinaia e migliaia; (…) ci troviamo qui con facce quasi umane, con un linguaggio quasi civile, con dei modi di fare quasi francesi; siamo qui a chiederci perché siamo qui e cosa ci stiamo a fare? (…) Perché qualcuno si ricordi di noi, dobbiamo a nostra volta ricordare le nostre origini, ci vuole una memoria, un pezzetto di memoria, un pezzo di tessuto benedetto dove asciugheremo le nostre lacrime” 1 . La scelta di una qualsiasi espressione che precisi i cambiamenti culturali, sociali, economici e psicologici a cui sono soggetti i bambini coinvolti nell’esperienza della migrazione è abbastanza complessa. La necessità di fornire una definizione il più fedele possibile alle trasformazioni che interessano la popolazione minorile immigrata dipende dal fatto che esiste una correlazione tra le modalità di integrazione nell’ambito scolastico e il loro percorso migratorio. Coloro che vengono da lontano non portano con sé differenze e schemi culturali precostituiti ma esprimono piuttosto riferimenti e frammenti culturali diversi e in movimento tanto da essere personalizzate da ognuno in maniera diversa e in pratiche quotidiane anche imprevedibili. Il fenomeno dell’immigrazione minorile, sempre più costante e in continuo fermento, è soggetto della tesi di laurea, analizzato sulla base di quei bisogni necessari in un mondo fatto di molteplici differenze non più relegate e chiuse entro tempi e spazi poco conosciuti ma appartenenti ad una realtà multiculturale. Partendo dalle due parole chiave integrazione e intercultura, divenute di fatto “bussole” dell’agire, si è focalizzato il tema attraverso diversi aspetti: il primo è rappresentato dall’interpretazione dei bisogni specifici dei bambini, successivamente si è posto l’accento sulle nuove sfide che l’educatore professionale deve affrontare, giungendo, poi, a un lavoro di 1 T. B. Jelloun, Nadia, Bompiani, Milano, 1996, pag. 16 4

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