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I marxisti di fronte alla morte

Informazioni tesi

  Autore: Carlo Diego Munari
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1989-90
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Piergiorgio Rauzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 30

La morte solleva un grande interrogativo riguardo all’esistenza umana. La consapevolezza concreta ed esistenziale della propria morte o di quella della persona amata possiede un’enorme forza di sincerità ed autenticità, in cui vengono alla ribalta in tutta la loro drammatica problematicità le dimensioni esistenziali dell’uomo.
Questa sembra essere una convinzione largamente diffusa a attestata in tutti i tempi, nelle varie religioni e anche in molti pensatori marxisti contemporanei.
A differenza dell’animale, l’uomo si rende conto di dover morire, e sa di andare incontro all’inevitabile sfacelo. E a questa consapevolezza si può reagire o fuggire. Heidegger ha insistito molto sulla fuga dalla morte che è a modo suo una conferma della consapevolezza universale della morte. Fuggire significa in qualche modo rendersi conto del pericolo imminente e della minaccia. Molti cercano di non pensarci. Molti rimuovono l’idea della morte, come quella di ogni altro male. La morte sembra essere uno dei grandi tabù del XX secolo, la realtà che più di ogni altra viene rimossa dalla vita sociale.
Un marxista come Ernesto De Martino non può invece non porsi delle domande ed in una delle sue ultime lettere ad un amico scriverà: “Se qualcuno ha un cancro e sa che deve morire, ebbene può tenere per certo che la morte di un individuo è cosa naturale e quasi irrilevante. Ma la tentazione di porsi delle domande, di ribellarsi è grande. E questo purtroppo, non sta scritto in Marx.”

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1. IL MARXISMO DI FRONTE ALLA MORTE La certezza di essere vissuti per una causa nobile sarà sufficiente a soffocare l'angoscia di assistere al proprio sfacelo? (G.Girardi) La morte solleva un grande interrogativo riguardo all’esistenza umana. La consapevolezza concreta ed esistenziale della propria morte o di quella della persona amata possiede un’enorme forza di sincerità ed autenticità, in cui vengono alla ribalta in tutta la loro drammatica problematicità le dimensioni esistenziali dell’uomo. Questa sembra essere una convinzione largamente diffusa a attestata in tutti i tempi, nelle varie religioni e anche in molti pensatori marxisti contemporanei. A differenza dell’animale, l’uomo si rende conto di dover morire, e sa di andare incontro all’inevitabile sfacelo. E a questa consapevolezza si può reagire o fuggire. Heidegger ha insistito molto sulla fuga dalla morte che è a modo suo una conferma della consapevolezza universale della morte. Fuggire significa in qualche modo rendersi conto del pericolo imminente e della minaccia. Molti cercano di non pensarci. Molti rimuovono l’idea della morte, come quella di ogni altro male. La morte sembra essere uno dei grandi tabù del XX secolo, la realtà che più di ogni altra viene rimossa dalla vita sociale. Un marxista come Ernesto De Martino non può invece non porsi delle domande ed in una delle sue ultime lettere ad un amico scriverà: “Se qualcuno ha un cancro e sa che deve morire, ebbene può tenere per certo che la morte di un individuo è cosa naturale e quasi irrilevante. Ma la tentazione di porsi delle domande, di ribellarsi è grande. E questo purtroppo, non sta scritto in Marx.” L’interrogativo iniziale di Girardi non si pone solo ai marxisti, oggetto specifico della nostra ricerca, ma anche ai credenti visto che il problema della morte è universale, inevitabile per tutti gli esseri umani. Non si può fuggire alla morte né si può negarla. Certo è possibile ignorarla, nasconderla, rimuoverla. Ariés su questo ci sarà di grande aiuto nella sua esposizione storica in quanto dimostra come nella società contemporanea si cerchi continuamente di nascondere il problema della morte, è stata allontanata dalle cose quotidiane e familiari, emarginata in asettiche stanze dell'ospedale, nascosta agli estranei, ai bambini, agli amici del moribondo. Diventata oggetto di vergogna non viene nemmeno preannunciata al moribondo che viene lasciato in una misericordiosa ignoranza delle sue condizioni. Evidente è la tendenza di nascondere ogni visibilità alla morte che si richiude sempre di più nella sfera privata degli affetti e della famiglia: “La morte un tempo così presente, tanto era familiare, si cancella e scompare. Diventa oggetto di vergogna e di divieto.” Ora invece la vera esperienza della morte si è chiusa nelle mura protette di un ospedale, circondata da specialisti, medici e infermieri, che non possono né devono impegnarsi emozionalmente con ciascun morente. La situazione delle visite, legata alle esigenze professionali, permette soltanto un contatto, temporalmente ed affettivamente ridotto, dei parenti con l’ammalato in fin di vita. E con i farmaci somministrati oggi solo di rado si arriva ad una vera agonia, a una lotta con la morte, più frequente è l’addormentarsi inconsciamente. Appena il paziente è morto, entra subito in scena un’agenzia funebre specializzata, perfettamente organizzata, che provvede a tutto, dagli annunci mortuari alla sepoltura, in modo che i parenti abbiano a che fare il meno possibile con il cadavere. Noi stessi cerchiamo di rimovere la morte dalle nostre coscienze e i morenti dalla nostra vita quotidiana. Evitiamo il confronto razionale con il morire e con la morte e cerchiamo di vivere come se la morte non ci fosse. Freud aveva intuito che l’inconscio rifiutava la propria morte: “La scuola psicoanalitica ha potuto sostenere, egli dice, che in fondo nessuno crede alla propria morte o, ed è lo stesso, ognuno è convinto nell’inconscio, della propria immortalità”. Per Ariés: “In fondo al nostro cuore, ci sentiamo immortali”. Oggi il grande tabù non è più il sesso ma la morte. Eppure questa stessa società che nasconde la morte normale nello stesso momento spettacolarizza la morte accidentale, la espone ai media, ne fa occasione di scoop televisivi e giornalistici. Abbiamo ancora davanti agli occhi i milioni di vittime della seconda guerra mondiale, dei campi di concentramento di Hitler e delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. E quello che giornalmente apprendiamo dai notiziari o dai giornali sulle disgrazie del giorno prima, tutte le sere ci viene documentato visivamente dalla televisione i morti d’incidenti stradali, guerre locali e terrorismo, incendi devastanti, malattie tropicali, mafia ecc.. Difficilmente si ha un telegiornale senza morti. Per non dire nulla delle migliaia di finti morti che i film seminano durante ogni giornata televisiva. Mai nessuna generazione si era così confrontato con la morte spettacolo. La morte violenta, e solo quella, diventa spettacolo e quindi interessante agli occhi dei media. 3

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