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Empatia etnoculturale, pregiudizio e identità sociale in un gruppo di adolescenti veneti

Negli ultimi anni, a causa delle mutate condizioni sociali, che portano a dover gestire situazioni sempre più complesse, si è sentita l’esigenza di intensificare gli studi sull’empatia. Nel nostro Paese i flussi immigratori negli ultimi quindici, vent’anni si sono intensificati, con ripercussioni sia in ambito politico ed economico, sia in ambito psicosociale. Oggi vi si trovano a convivere culture diverse, che devono fare i conti con le reciproche differenze culturali, le quali possono generare pregiudizi che rendono complessa una pacifica integrazione delle diversità culturali.
L’empatia, perciò, avrebbe in questo senso un ruolo importante nel ridurre il pregiudizio verso gli immigrati.Nonostante l’empatia sia un costrutto ormai da tempo conosciuto, solo recentemente alcuni studiosi hanno volto lo sguardo sulle diverse forme che essa può assumere in base a contesti specifici, come quello culturale ed etnico.
L’obiettivo di questa ricerca è quello di esplorare in un gruppo di adolescenti la relazione tra empatia etnoculturale e pregiudizio manifesto e latente, e identità sociale (senso d’appartenenza regionale, nazionale ed europeo).

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1 INTRODUZIONE Il concetto di empatia non è nuovo; storicamente ha avuto rilievo nel pensiero estetico e filosofico, ma restò per molto tempo un concetto vago. Titchener nel 1909 introdusse il termine empathy (empatia in italiano), traducendo il termine tedesco Einfühlung, usato nella seconda metà dell’Ottocento a proposito del godimento estetico, e che significava “sentire dentro”. Fu per questo che Titchener trovò adatto tradurre Einfühlung con “empatia”, parola coniata dal greco empatheia, ossia “sentirsi dentro l’altro” (Bonino, Lo Coco & Tani, 1998). Da qui il suo uso si diffuse in ambito psicologico, dove il termine si riferisce al fare esperienza di e al condividere lo stato d’animo di un’altra persona. Inizialmente il suo utilizzo in tale campo si ebbe nell’ambito clinico; sia Rogers (1959; 1975) che Kohut (1959; 1984) consideravano l’empatia una modalità indispensabile nel rapporto terapeutico. Negli anni Trenta del secolo scorso cominciarono ad occuparsi di questo costrutto anche gli studiosi della psicologia sociale e della personalità. L’empatia era considerata, comunque, sempre come un’esperienza di condivisione emotiva, mettendo l’accento unicamente sulla sua componente affettiva. Fu dagli anni Sessanta, con il suo diffondersi anche nella psicologia dello sviluppo, che l’attenzione si spostò sugli aspetti più cognitivi di questo costrutto. La letteratura sull’empatia si arricchisce così di nuovi termini, ma l’impiego così ampio di questo concetto ha fatto sì che questo assumesse ogni volta una connotazione diversa, con il risultato di una difficile formulazione di una definizione univoca e valida per tutti i contesti di applicazione e, conseguentemente, con la difficoltà della costruzione di uno strumento di misurazione di tale costrutto. Il problema, infatti, è l’impalpabilità della dimensione empatica, in quanto si tratta di un’esperienza di

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Caterina Zanusso Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.