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Vivere dopo una perdita. Robert A. Neimeyer e la ricostruzione dei significati

Informazioni tesi

  Autore: Claudia Adria Gandolfi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Pietro Barbetta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 81

I modi di affrontare la morte sono cambiati radicalmente nella storia occidentale dal Medioevo ad oggi. Questi cambiamenti, dovuti a svariati fattori economici, scientifici, religiosi, ma comunque culturali, ci hanno condotto a quella che oggi noi viviamo come la negazione della morte nella nostra società liquida contemporanea.
Conseguenza di questa negazione sembra essere una tendenza verso la patologizzazione del cordoglio. Là dove un tempo la struttura della collettività, anche attraverso la ritualità consolidata, consentiva il difficile passaggio da un “prima” a un “dopo” la perdita, oggi nelle società occidentali si è venuto a creare un vuoto sempre più marcato.
La ricerca del significato degli eventi aiuta a ritrovare un senso nel caos generato dalla morte. L’uomo, nella sua dimensione narrans, oltre che sapiens e faber, organizza la sua realtà attraverso la narrazione, a sé, agli altri e con gli altri, alla ricerca di significati che, rinegoziati collettivamente, possano ridare ordine e coerenza alla storia della propria vita, dopo che la morte ne ha scardinato il senso precedente.
Il lavoro di Neimeyer, e con lui di una nutrita schiera di studiosi, clinici, tanatologi, in prevalenza americani, esplora proprio le possibilità offerte da una nuova teoria del lutto come occasione per la ricostruzione dei significati personali, a partire dall’evento della perdita, attraverso le tecniche della narrazione. Il lutto può essere visto non più come esperienza da cui prendere le distanze, come perdita che lascia solo segni di dolore, ma anche come occasione di crescita.

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7 INTRODUZIONE L’uomo è un ibrido: provvisto del sapere degli dei, non ne ha l’immortalità; l’unico essere che sa di dover morire. Antonello d’Elia Parlare della morte spesso porta con sé un imbarazzo diffuso, serpeggiante. Di fronte ad un evento luttuoso, sia esso il naturale esito di un decorso patologico o la conseguenza di un drammatico incidente, la società occidentale contemporanea è spesso priva di parole, gesti, comportamenti. Di più: tendiamo a nasconderci, a evitare, a fuggire il pensiero della morte, in quanto esso ci “spaventa a morte”. Benché certo non guardata con gioia e desiderio, la morte non sempre è stata demonizzata come oggi. Se un tempo essa veniva vissuta come naturale esito dell’avventura della vita, il mondo contemporaneo, segnatamente negli ultimi due secoli, ha messo in atto un progressivo, ma radicale cambiamento di atteggiamento nei riguardi della morte. È cambiato il comportamento di chi muore, al quale sempre più viene richiesto di non disturbare la quiete dei vivi, in un paradossale capovolgimento delle regole dei camposanti.

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