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L'inviato speciale - Caratteristiche di una razza privilegiata

Informazioni tesi

  Autore: Jacopo Franchi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Marco Deriu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 87

Questa ricerca analizza la figura giornalistica dell'inviato speciale ricostruendone l'evoluzione storica e i mutamenti avvenuti nel suo modus operandi, con particolare riferimento ai corrispondenti di guerra. Sono altresì individuate le matrici letterarie che hanno influenzato per lungo tempo lo stile e il metodo di analisi e riflessione degli inviati speciali, con una serie di esempi tratti dalle più importanti figure dell'ultimo secolo, in prevalenze italiane. Come conclusione e suggello delle previsioni sul futuro di questa figura professionale, è possibile leggere l'intervista integrale della nota free-lance Barbara Schiavulli.

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Presentazione Le diamètre de la presse est le diamètre même de la civilization Sono queste le parole che si possono leggere sulla facciata del quotidiano francese “Le Monde” a Parigi, dai finestrini della linea 6 del metro che passa da Denfert Rocherau a Place d’Italie. Li leggevo tutte le mattine del lungo autunno 2008, primo semestre universitario passato lontano dai piccoli anfiteatri dell’università di Parma. A Parigi, con una borsa di studio Erasmus della durata di quattro mesi, inviavo ogni giovedì sera un articolo per le pagine del quotidiano “La Cronaca” di Piacenza. Esso sarebbe apparso all’interno di un box, ricavato nella sezione delle lettere al direttore, intitolato “Qui Parigi, a voi Piacenza”. Il titolo, quello, l’avrei saputo solo mesi dopo, al mio ritorno. E, sul momento, non mi piacque affatto. “Qui Parigi, a voi Piacenza” dava l’aria di un radiocronista a una corsa di cavalli, veloce a descrivere ciò che passava sotto ai suoi occhi e altrettanto rapido a cedere il collegamento qualora alla base fossero arrivate notizie ben più interessanti. Ma quando cominciò la mia “corrispondenza” mi trovavo a Parigi da non più di un mese, senza averla mai vista prima e senza conoscere quasi nulla del francese. Inoltre il mio campo d’azione era praticamente illimitato: non avevo un argomento fisso, dovevo solo trovare qualcosa d’interessante, per i lettori piacentini del venerdì mattina, che alla Francia pensavano solo quando i croissants del bar erano già finiti. Inviato speciale, io? In realtà il mio appuntamento settimanale con la macchina da scrivere difficilmente è stato fonte di cultura francese per i miei (venticinque, numero aureo e di benaugurio) lettori: ma è stato uno stimolo irrinunciabile a muovermi tra le innumerevoli ruettes della capitale francese. Per arrivare fino in fondo a quelle 2550/3000 battute canoniche, dovevo uscire dalla piccola camera riscaldata del collège Nèerlandais e raggiungere i clochards sotto alla torre di Montparnasse. Davanti alle porte delle aule della Sorbonne Nouvelle appuntavo biglietti dove si cercavano immigrati italiani di seconda generazione, per un’intervista durante la pausa lezione. Con l’aiuto dell’atelier France-Italie entravo nelle sale della camera di commercio italiana, e con l’aiuto delle gambe esploravo gli atelier senza titoli dello sterminato mondo dell’arte sotterranea parigina. 3

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