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La trasmissione delle partecipazioni sociali alla morte del socio

Nelle società di persone la morte del socio è regolata dall'art. 2284 c.c. che prevede lo scioglimento immediato del rapporto sociale limitatamente al socio defunto e l'obbligo in capo ai soci superstiti di liquidare ai suoi eredi il valore della partecipazione sociale. L'intrasmissibilità mortis causa della partecipazione è derogabile, salvo per il caso della morte del socio accomandante disciplinata dall'art.2322 c.c. che rappresenta un'ipotesi di trasmissibilità legale della quota agli eredi. E' possibile, tuttavia, regolare preventivamente gli effetti della morte del socio attraverso l'inserimento nello statuto di clausole di consolidazione, di continuazione e di scioglimento della società, nei limiti del rispetto del divieto dei patti successori ex art. 458 c.c. e del principio generale secondo cui nessuno può assumere responsabilità illimitata senza averne manifestato la volontà.
Negli statuti delle società di capitali, in particolare nelle s.p.a. ex art. 2355 bis c.c. e nelle s.r.l. ex art. 2469 c.c., possono essere introdotte clausole limitative della circolazione delle azioni, applicabili anche ai trasferimenti mortis causa.

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6 INTRODUZIONE La centralità dell’autonomia privata e la logica di efficienza economica tipici della società moderna, influenzano senza dubbio la trattazione della trasmissione delle partecipazioni sociali alla morte del socio. La disciplina legale al riguardo non può essere interpretata a prescindere dall’evoluzione storica della concezione di società; da ente fondato esclusivamente sulla rilevanza della persona del socio, con l’avvento delle società commerciali, si è passati a dare prevalenza al principio conservativo dell’impresa come soggetto giuridico in grado di rimanere svincolato dalle vicende personali dei soci, in considerazione dell’autonomia soggettiva riconosciuta sia alle società di persone che di capitali. Il passaggio dalla componente personalistica della società alla tutela di questa in quanto ente distinto ed ulteriore rispetto ai suoi componenti, spiega il cambiamento legislativo in base alla quale, a partire dall’entrata in vigore del Codice Civile del 1942, la morte del socio non è più causa di scioglimento dell’intera società, ma del solo rapporto intercorrente tra la società ed il socio premorto. Tuttavia, non deve ritenersi che siano state totalmente private di rilevanza le capacità personali dei soci, come testimonia la vigenza del principio di intrasferibilità mortis causa nell’ambito delle società di persone. Il merito della riforma legislativa del 2003 consiste nella previsione di una disciplina non inquadrata entro un rigido schema legale; nelle società di persone, infatti, la maggiore flessibilità rispetto al passato, si palesa nel fatto che la soluzione legale prevista dall’art. 2284 c.c. – lo scioglimento del vincolo sociale limitatamente al socio premorto e la liquidazione della quota agli eredi - è meramente residuale e questi effetti della morte del socio, da tale norma stabiliti, si applicano solo qualora le parti sociali non provvedano ad esprimere la preferenza per le soluzioni

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Silvia Di Curzio Contatta »

Composta da 149 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.