Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

La confisca per equivalente - Un assetto precario tra frammentarie ipotesi legislative e oscillanti orientamenti giurisprudenziali

Le fattispecie di confisca di valore presenti nel nostro ordinamento sono quasi tutte “figlie” di un diffuso trend internazionale, da circa venti anni affermatosi nel contrasto alle organizzazioni criminali e incentrato sull’aggressione ai patrimoni illeciti; secondo il ripetuto “slogan” di tale tendenza, occorre “colpire dove fa più male” la criminalità organizzata, ossia sottrarle i profitti, in quanto essi costituiscono il primario fine del suo agire.
È evidente, quindi, come in quest’ottica la confisca per equivalente assuma un particolare interesse, dato che essa, spogliando il condannato di beni non necessariamente collegati al reato commesso, purché di valore corrispondente ai proventi illeciti accertati, consente l’annullamento della ricchezza accumulata illegalmente e trasmette il messaggio che “il crimine non paga”.
Tuttavia, alla luce della problematica situazione normativa e giurisprudenziale nazionale, delineata nel presente lavoro, la precaria disciplina italiana sulla confisca per equivalente lascia poco sperare nella sua tenuta futura.
L’ampia rivisitazione dell’istituto è dunque esigenza improcrastinabile, come testimoniano recenti progetti di riforma organica, tutti purtroppo rimasti inattuati.
Il legislatore, infatti, ha finora preferito appesantire l’ordinamento con nuove disposizioni particellari piuttosto che creare un sistema coerente e unitario ad hoc per le misure ablative di valore.

Mostra/Nascondi contenuto.
Introduzione La natura controversa della confisca all’art. 240 c.p. e per equivalente Il tema della confisca rappresenta un Leit Motiv per il dibattito penalistico: al di sotto dei mutamenti, anche radicali, apportati nei secoli agli assetti e alle funzioni dell’istituto, esso in ogni epoca permane nell’ordinamento come “nota di fondo”, nel suo nucleo archetipico di misura punitiva a carattere patrimoniale 1 . L’originario modello, estremamente afflittivo, era la confisca “generale”, che andava a colpire l’intero patrimonio del reo, a titolo sovente di sanzione accessoria alla pena capitale, in una sorta di parallelismo tra la morte fisica e la “morte civile” inflitte contemporaneamente al condannato, il quale, oltre a perdere la propria persona, era spogliato altresì dei propri averi, ossia, come recitavano le leggi medievali, “qui confisque le corps, confisque les biens.” Il cambio radicale di paradigma si ebbe soltanto con l’Illuminismo giuridico ove, sottolineandosi da un lato la disumanità della confisca generale, in quanto devastante pure per soggetti innocenti (gli eredi e i familiari del condannato 2 ), dall’altro la palese sproporzione rispetto al grado di colpevolezza del reo, venne propugnata la sua completa abrogazione, cosa che avvenne nel 1786 ad opera di Pietro Leopoldo 3 . La confisca in quanto tale, tuttavia, non era destinata a scomparire del tutto dall’ordinamento giuridico, bensì, più opportunamente, a “cambiar pelle”: la sua nuova ratio divenne correggere i casi di “abus de droit”, vale a dire di sviamento di una cosa, oggetto di diritto di proprietà privata, verso scopi penalmente vietati. La confisca pertanto da generale si trasforma in “speciale”, nel preciso senso di limitarsi agli specifici beni che in concreto vennero “macchiati” da attività criminose, senza potersi estendere alle cose lecitamente possedute. Lo Stato, quindi, procede ad espropriare per singoli beni, che siano in qualche modo collegati alla commissione del reato. In tal modo, non si può più parlare di confisca-pena accessoria, bensì di confisca-misura di sicurezza: il Codice Rocco del 1930, difatti, contiene la disposizione riguardante la confisca, l’art. 240, all’interno del Capo II, Titolo VIII, dal nome “Delle misure di sicurezza patrimoniali”. L’inquadramento sistematico non dovrebbe lasciar adito a dubbi: l’intentio legislatoris di qualificare la confisca come misura di sicurezza traspare dalla collocazione codicistica in maniera netta; l’idea portante era quella di eliminare la “pericolosità oggettiva” contenuta nelle cose connesse direttamente all’illecito penale, poiché tali cose “mantengono viva l’idea e l’attrattiva del reato” 4 . Con altre parole, si vuol evitare con la confisca che la permanenza degli instrumenta delicti e dei proventi illeciti nella sfera giuridica del condannato funga da incentivo alla commissione di ulteriori reati. In realtà, il prototipo originario di confisca a titolo punitivo non è affatto superato, tutt’altro, nonostante le asserite finalità preventive dell’istituto all’art. 240 c.p., la sua natura punitiva e repressiva riemerge ad una lettura più attenta della disciplina codicistica di parte generale 5 . La confisca, in effetti, pur essendo collocata tra le misure di sicurezza, ha pochi elementi con comune con le altre misure preventive previste nel Titolo VIII; la spiegazione fornita dal legislatore risiede nella principale differenza di questa dalle misure a carattere personale, cioè che la 1 ALESSANDRI A., voce Confisca nel diritto penale, in Dig. d. pen., vol. III, Torino, 1989, p. 42; 2 BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, par. XXV, Torino, 1995, p. 56; 3 Codice Criminale Toscano del 1786, par. XLV; 4 Relazione ministeriale sul progetto del codice penale, I, n. 202; 5 GRASSO G., in GRASSO G., ROMANO M., PADOVANI T. (a cura di), Commentario Sistematico al Codice Penale, 1994, Vol. III, art. 240 c. p., p. 523; 3

Laurea liv.I

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Valeria Spinosa Contatta »

Composta da 108 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1855 click dal 13/10/2009.

 

Consultata integralmente 10 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.