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Scrivere del tempo, del corpo, degli affetti nello spazio di una cella. Da autobiografie di donne detenute.

Informazioni tesi

  Autore: Silvia D'ovidio
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Giovanni Starace
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

La tesi che vi presento è un’indagine sul mondo delle donne recluse, indagine che a partire dagli scritti di queste ultime si pone come obiettivo quello di isolare e far emergere i caratteri più particolari della realtà carceraria, cercando di illustrare in maniera abbastanza dettagliata come il carcere possa incidere sulla donna.
Questa particolare condizione di vita porta con sé una miriade di conseguenze, talune più visibili, talune più nascoste, ma che in ogni caso incidono indelebilmente sui vissuti psicologici della persona.
Abbiamo avuto modo di vedere nei vari capitoli quali sono le conseguenze più particolari che la detenzione porta con sé.
La donna reclusa perde il contatto col proprio tempo. Perde la possibilità di gestirlo e questa particolare circostanza porta mutamenti nel rapporto della donna con il tempo. In particolare, il passato diviene il tempo in cui rifugiarsi, anche a costo di mutarlo pur di renderlo adatto ad essere un nido sicuro al quale far riferimento. Il presente è perso, smarrito, è un tempo su cui non si può lasciare il proprio segno. Il futuro diviene tempo della speranza di cambiare e migliorare, ma diviene anche tempo di riflessione sulle reali possibilità che si avranno.
Gli affetti sono lontani e proprio perciò causa di enormi sofferenze. La donna torna col ricordo alla vita fuori, e ci ripropone gli eventi più importanti relativi ai legami oggettuali. Oltre ai legami con gli affetti rimasti fuori le donne parlano anche delle relazioni nate all’interno del carcere. In tutti i casi viene fuori una donna bambina, tornata indietro nel tempo non solo nei ricordi, ma anche lungo il percorso dello sviluppo della propria indipendenza.
Anche il corpo della donna risente della detenzione. Così da divenire il palcoscenico su cui la sofferenza relativa alla reclusione si mostra. Le limitazioni, i vincoli che essa impone alle donne impongono a quest’ultima di alterare o talvolta di rinunciare alla propria sessualità.
La donna ci mostra tutto ciò attraverso la scrittura, che in carcere assume ruoli e funzioni del tutto particolari, divenendo mezzo di espressione, riflessione, contatto con l’esterno.
Accanto a tutte le considerazioni sui singoli argomenti che abbiamo riportato nel corso dei capitoli, non possiamo prescindere da considerazioni sull’intera persona. E’ la donna nella sua interezza che risente della detenzione, e che viene segnata profondamente da quest’ultima. L’esperienza che vive la detenuta è tanto totalizzante da non lasciare nulla al di fuori delle mura del carcere. Tutta la persona è detenuta, tutta la persona risente dell’esperienza. E attraverso questo breve spaccato sulla vita delle detenute emerge la condizione totalmente privativa che la detenzione impone. Condizione che impone la necessità di creare un nuovo equilibrio per sopravvivere, equilibrio che prevede una riorganizzazione totale dell’assetto psichico dell’intera persona.

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1 Introduzione A volte nella vita le cose accadono quasi per caso. Così, quasi per caso, mi sono trovata un giorno a leggere un articolo di giornale in cui si parlava di una conferenza che si sarebbe tenuta quello stesso pomeriggio, sulla detenzione femminile. Così, quasi per caso, qualche giorno dopo ho saputo che era stata organizzata una rassegna di spettacoli teatrali interpretati da detenuti. E così, questa volta non per caso, ho scelto di andare a vedere di cosa si trattasse. Mi sono trovata catapultata in una realtà che non conoscevo affatto. Mi sono trovata a pormi mille interrogativi su una condizione che proprio in questo periodo della mia vita è così lontano da me. Infatti, a 25 anni, si tocca con mano la piena indipendenza, la piena autonomia, la possibilità e la capacità di autogestirsi. Il contrario, in effetti, di quello che accade in un carcere. I mille interrogativi sono divenuti

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