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IFRS transition ed earnings quality: un confronto tra Italia e Regno Unito

Informazioni tesi

  Autore: Diego Carota
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Legislazione per l'Impresa
  Relatore: Mara Cameran
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 83

Questo lavoro di tesi, grazie alla sua ampia bibliografia e alla minuziosa analisi della letteratura esistente, rappresenta un eccellente punto di riferimento per chiunque intenda affrontare l'argomento delle manovre di earnings management e della qualità dell'informativa finanziaria (earnings quality) diffusa dalle società, con particolare riguardo alle società quotate negli esercizi successivi alla transizione obbligatoria ai principi contabili internazionali.

Accrescere lo standard qualitativo dei dati finanziari diffusi attraverso l’informativa di bilancio pubblicata dalle società quotate rappresentava il principale obiettivo che si era fissato l’Unione Europea imponendo l’adozione degli IFRS.
Avvalendosi del supporto del modello di De Fond e Park per l’analisi degli earnings non discrezionali, il presente lavoro di ricerca ha valutato l’earnings quality nei bilanci chiusi dalle quotate italiane ed inglesi nel 2006. Questo particolare anno ha visto la coesistenza di bilanci al primo o al secondo esercizio dopo la transizione obbligatoria agli IFRS, nonché di bilanci redatti ancora secondo gli UK GAAP.
In generale i risultati mostrano che il passaggio ai principi contabili internazionali seppure non sia risultato in una minore pervasività delle manovre di earnings management praticate, abbia comunque prodotto l’effetto di livellare la qualità dell’informativa finanziaria diffusa nei due Paesi inclusi nel campione.

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1 Introduzione Un’elevata qualità dell’informativa di bilancio è essenziale per il prosperare di mercati dei capitali funzionali ed efficienti. Investitori ed analisti si affidano in modo sempre più rilevante alle informazioni finanziarie pubblicate dalle società emittenti per ponderare le strategie d’investimento e redigere le proprie previsioni. In questo meccanismo si insinua però l’azione dei manager che, nella loro personale lotta volta alla massimizzazione dei profitti e del valore delle azioni delle società che amministrano, possono talvolta essere indotti all’utilizzo di pratiche di earnings management (Jiraporn et al., 2008). Healy e Wahlen (1999) (e similarmente Schipper, 1989) definiscono l’earnings management come il ricorso eccessivo e patologico all’arbitrarietà di giudizio nella strutturazione delle transazioni e nella redazione dei fascicoli di bilancio, attuato con la finalità principale di alterare i valori in essi contenuti. L’implementazione di questi comportamenti è principalmente incoraggiata dall’apprezzamento che gli investitori fanno di dati finanziari particolarmente favorevoli (Junttila et al., 2005), ma anche dalla volontà di indirizzare artificiosamente in maniera favorevole al management o agli azionisti di maggioranza taluni esiti contrattuali collegati all’utile di periodo (Hand e Skantz, 1997). Seppure l’attuale crisi finanziaria abbia creato un terreno estremamente fertile per il diffondersi di manovre di earnings management1, quello della labilità ed inattendibilità dei dati di bilancio era un discorso che incalzava gli addetti ai lavori anche ben prima dell’avvento del nuovo millennio. Correva il 1976 quando Jensen e Meckling formularono la cosiddetta “Agency Theory”. La loro lungimirante teoria 1 Oltre al forte senso di discontinuità che la crisi ha creato nei risultati aziendali, si pensi anche alle numerose modifiche alle regole contabili introdotte da vari Paesi. Ad esempio negli Stati Uniti è stata ratificata la possibilità di rinunciare al mark-to-market; a Londra invece, il board che guida i principi internazionali ha accolto una serie di deroghe al fair value nello IAS 39 (valutazione degli strumenti finanziari), e in Italia il “Decreto Legge Anticrisi” ha previsto un ritorno ai valori storici per le imprese che non usano gli IFRS. Tutti questi interventi, di certo non aiutano la comparabilità dei bilanci, e lasciano alla sola correttezza di amministratori e revisori la responsabilità di fornire dati contabili attendibili.

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politiche di bilancio
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qualità
regolamento 1606/2002
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