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L’azione revocatoria fallimentare e la recente riforma del 2005: disciplina, accadimenti storici e conseguenze sulle operazioni bancarie

Non è cosa comune, oggi giorno, sentir parlare di revocatoria fallimentare, neppure in ambienti accademici o professionali; sembra quasi un argomento fuori moda, desueto, sembra come se si stesse parlando di taluni conflitti d’interesse della nostra Italia contemporanea: “cose che non esistono più”, “questioni d’altri tempi”.
La revocatoria fallimentare è defunta, si dice, è finita in tasca alle banche dopo il “crack” Parmalat, si rincara. Quel che è certo è che la riforma del 2005 (probabilmente catalizzata dagli avvenimenti di Collecchio, dei quali si dibatterà ampiamente nel corso della trattazione) ha contribuito, e molto, al ridimensionamento dell’operatività dell’azione revocatoria, aumentando gli atti non soggetti a impugnativa e dimezzando i periodi sospetti legali. E’ altrettanto certo che le banche, stando le cose come fino a poche settimane addietro, trarranno beneficio dalla riforma, dato che le rimesse in conto corrente bancario sono state escluse da revocatoria (“purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca” ). Chiaramente, nel momento dell’entrata in vigore della riforma, si trattava di interpretare il significato dell’inciso legislativo appena riportato, per capire in che termini le banche si sarebbero potute avvantaggiare della riforma. Stante la confusione del legislatore stesso e la varietà di interpretazioni sul punto, sono finalmente intervenute alcune sentenze dai contenuti molto significativi. Fra queste, una in particolare merita particolare attenzione, dato il carattere assolutamente innovativo: emessa dal tribunale Fallimentare di Milano, depositata il 25 maggio 2009, il carattere innovativo è rappresentato dal fatto che al suo interno è stato elaborato dal Giudice, assistito da un consulente tecnico, un metodo per il calcolo degli importi revocabili in relazione alle rimesse in conto corrente. Sarebbe prematuro analizzare il disposto di quest’ultima e delle altre sentenze in queste righe d’esordio, nelle quali preme, però, sottolineare che la partita dei curatori verso i creditori “più scaltri” è tuttora aperta, che la revocatoria non è ancora (del tutto) defunta, e che di certo non è fuori moda parlarne.

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7 Premessa Non è cosa comune, oggi giorno, sentir parlare di revocatoria fallimentare, neppure in ambienti accademici o professionali; sembra quasi un argomento fuori moda, desueto, sembra come se si stesse parlando di taluni conflitti d’interesse della nostra Italia contemporanea: “cose che non esistono più”, “questioni d’altri tempi”. La revocatoria fallimentare è defunta, si dice, è finita in tasca alle banche dopo il “crack” Parmalat, si rincara. Quel che è certo è che la riforma del 2005 (probabilmente catalizzata dagli avvenimenti di Collecchio, dei quali si dibatterà ampiamente nel corso della trattazione) ha contribuito, e molto, al ridimensionamento dell’operatività dell’azione revocatoria, aumentando gli atti non soggetti a impugnativa e dimezzando i periodi sospetti legali. E’ altrettanto certo che le banche, stando le cose come fino a poche settimane addietro, trarranno beneficio dalla riforma, dato che le rimesse in conto corrente bancario sono state escluse da revocatoria (“purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca” 1 ). Chiaramente, nel momento dell’entrata in vigore della riforma, si trattava di interpretare il significato dell’inciso legislativo appena riportato, per capire in che termini le banche si sarebbero potute avvantaggiare della riforma. Stante la confusione del legislatore stesso e la varietà di interpretazioni sul punto, sono finalmente intervenute alcune sentenze dai contenuti molto significativi. Fra queste, una in particolare merita particolare attenzione, dato il carattere assolutamente innovativo: emessa dal tribunale Fallimentare di Milano, depositata il 25 maggio 2009, il carattere innovativo è rappresentato dal fatto che al suo interno è stato elaborato dal Giudice, assistito da un consulente tecnico, un metodo per il calcolo degli importi revocabili in relazione alle rimesse in conto corrente. Sarebbe prematuro analizzare il disposto di quest’ultima e delle altre sentenze in queste righe d’esordio, nelle quali preme, però, sottolineare che la partita dei curatori verso i creditori “più scaltri” è tuttora aperta, che la revocatoria non è ancora (del tutto) defunta, e che di certo non è fuori moda parlarne. 1 Così recita l’art. 67, terzo comma, del Regio Decreto num. 267/1942, meglio noto come Legge Fallimentare, come modificato dal D.L. 35/2005 convertito dalla legge 80/2005.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Riccardo Scandroglio Contatta »

Composta da 175 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3964 click dal 09/02/2010.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.