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Escatologia alla sera della vita: che ne sarà del corpo?

Anche se il titolo della tesi sembri, a primo acchito, tendere verso la componente materiale dell’uomo, l’intenzione maturata nell’elaborazione della stessa è quella di giungere, attraverso l’apparente esclusivo aspetto materiale, ad una forma di Antropoteologia, cioè ad una fusione, che, pur rispettandone la diversità delle singole discipline,(la loro alterità antropologica e teologica), ci faccia avere un idea, un anticipo, nel nostro mondo, di quel corpo di resurrezione. uel corpo che nel già della nostra esistenza, possa esprimersi come corpo del non ancora; possa muovere primi e nuovi passi verso l’unico iter in Deum .
Benedetto XVI nel suo libro di escatologia, dal titolo morte e vita eterna ci insegna che nella cristologia la linea teologica e quella antropologica del dialogo, della ricerca, dell’amore, si fondono, caratterizzando una sorta di antropoteologia in Cristo.
Dicendo a chiare lettere che il dialogo di Dio con noi, quel dialogo Emmanuelico, è autenticamente umano, perché Dio lo svolge da uomo a uomo e sostenendo il pensiero di Schlier, cioè che I Figli di Dio sono coloro che lo Spirito prende per mano e che, a loro volta, si fanno condurre dallo Spirito, in-tendiamo, cioè tendiamo verso quella stupenda dimensione relazionale e dialogale che, coniugandosi in aspetto passivo, il prendere per mano e in aspetto attivo, lasciarsi condurre dallo Spirito, ci fa accogliere quel tocco dinamicamente come guida che implica la nostra decisione.
Tutto questo ci spinge sulla strada verso la conoscenza di questa creatura umana uscita dalle mani di Dio, come unica; infatti se l’opera di Dio ha come suo intimo statuto l’unità, quando noi vogliamo diventare cocreatori, la nostra regola vitale consiste nel costruire noi stessi come unità del tutto.
Diciamolo con voce forte e chiara: “ L’uomo è «uno» non «due»”; cioè non è una macchina biologica in cui abita uno spettro che chiamiamo anima. Egli è uno perché immagine del Dio Uno. La stessa antropologia semitica, o ebraica, ha sempre visto e considerato l’uomo nella sua unità.
Una visione che, ripresa al tempo dei Padri e successivamente, con Tommaso d’Aquino, ha tratteggiato, partendo dalla fede della creazione, l’uomo come l’essenza uniduale (zweienige) di corpo e anima.
Questo concetto voglio esplicitarlo meglio con i termini sia greco di pròsopon ( che richiama il mostrare la faccia, il volto agli spettatori ), sia latino persona che indica la maschera dell’attore teatrale.
Infatti mentre il corpo, individualizza e rende possibile la comunicazione tra esseri, può sempre rischiare di limitarsi ad offrire la faccia di fuori, il personaggio, la maschera.Tradotto in una sola parola è: conciliazione, coerenza interiore-esteriore.
Una cosa è certa, al di là di ogni immaginazione, sia essa arcaico-giudaica, misterico-orfica, o ancor di più, emblematico-dantesca, dopo la morte, l’incontro con l’amore di Dio in Cristo risorto, avverrà nella totalità del nostro essere, con tutta la nostra umanità, con tutta la storia della nostra vita, con tutto ciò che abbiamo sofferto e sperimentato e con tutto ciò che abbiamo fatto e tralasciato; così realmente in corpo e anima.
Dinanzi al Risorto c’è l’uomo nella sua essenza: creatura – legato alla terra – e figlio di Dio – aperto al Cielo. Utilizzando un’espressione di Greshake, potrei dire che c’è quell’io personale-spirituale più intimo di ogni uomo.
Stesso Gesù è stato risuscitato da morte anche corporalmente, con tutta la storia della sua vita, con tutto ciò che aveva fatto e sofferto nel suo corpo, Egli, infatti, ha comunicato agli uomini l’amore di Dio in maniera del tutto corporea: nella sua parola liberante e nel suo agire sanante.
La stessa Bolla dogmatica di Benedetto XII Benedictus Deus, nonostante alcuni contrasti interni, con l’ascensione del Cristo al cielo, spalanca definitivamente le porte per l’accesso a Dio mediante il passaggio che è Cristo stesso, il quale siede alla destra del Padre.
Quel Cristo, giudice escatologico che ci attende con tutta la nostra umanità, con tutta la nostra vita. Lui soltanto, risuscitato anche corporalmente come pienezza del Cielo riferita alla terra, può comprendere e salvare l’intera umanità, avviandola verso quei cieli nuovi e terra nuova dove la materia e lo spirito saranno coordinati l’una all’altro in un modo nuovo e definitivo.

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Prefazione Nel discorso di Benedetto XVI al 4° convegno ecclesiale Nazionale, svoltosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006 emerge in prima battuta il rendere visibile il grande “si” della fede. Direi un “si” della fede che, in ognuno di noi, alla luce di “quell’esplosione d’amore”, di quella “mutazione”, di quel “salto decisivo”,quale è appunto la Risurrezione di Cristo, non può più starsene chiuso, ravvolto in se stesso e nemmeno arroccato in una “torre d’avorio” per paura di essere contraddetto o negato. Come una lucerna che non va messa sotto il moggio (MT 5,15a), ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (MT 5,15b), così deve risplendere il “si”, quell’eccomi della serva del Signore (Lc 1,38), in ognuno di noi perché, chiamati ad essere testimoni di fede 1 , dobbiamo essere pronti a dare risposta (apologia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come appunto ci invita a fare S. Pietro nella sua prima lettera (1 Pt. 3,15) 2 . Però come dice S. Pietro, bisogna saper rispondere con “dolcezza”, “rispetto”, “retta coscienza” (1 Pt 3,15-16). Oggi, in questo nostro tempo, l’eco del Kerigma si imbatte sempre di più sulle pareti rocciose dell’indifferenza. L’ago della bussola umana è come 1 C.C.C….,n.175. 2 Cf. Supplemento al quotidiano avvenire (il Diario di Verona) IV Convegno Ecclesiale Nazionale 16-20 ottobre 2006, p.19 2

Laurea liv.I

Facoltà: Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale

Autore: Bruno Preziosi Contatta »

Composta da 149 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.