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I contributi sindacali: cessione del credito o delegazione di pagamento?

Informazioni tesi

  Autore: Dario Inverso
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Oronzo Mazzotta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

Le associazioni sindacali necessitano di ingenti mezzi economici per lo svolgimento delle loro funzioni indicate dalla Costituzione e specificate negli statuti. Per far fronte a queste spese, i sindacati provvedono in vario modo al proprio finanziamento dotandosi, al pari delle altre associazioni, di un fondo comune alimentato – in misura predominante – dai conferimenti degli associati.I conferimenti possono essere di diversa specie. Di solito essi hanno per oggetto somme di denaro. Dal dopoguerra in poi, la riscossione di tali contributi veniva effettuata mediante un versamento diretto da parte del lavoratore al sindacato prescelto. Tale pratica si è andata gradualmente consolidando, fino ad essere poi prevista per legge dall’art. 26 dello Statuto dei lavoratori (l. 20 maggio 1970, n. 300). Vigendo l’art. 26 nella sua interezza, era di scarsa rilevanza qualificare giuridicamente la fattispecie, se essa enunciasse una delegazione di pagamento o una cessione di credito: il diritto delle associazioni sindacali a percepire i contributi tramite trattenuta sul salario derivava, infatti, direttamente dalla legge.
Su tale impianto normativo e più precisamente sull’esazione, per ritenuta datoriale, dei contributi sindacali, nel 1995 fu inoltrata richiesta di referendum popolare il cui esito, com’è noto, portò all’abrogazione del secondo e terzo comma dell’art. 26 dello Statuto dei lavoratori. Orbene, l’abrogazione del diritto di cui al comma 2 dell’art. 26, nella pratica, tuttavia, non ha prodotto effetti rilevanti dal momento che la maggior parte dei contratti collettivi nazionali ha continuato a disciplinare la materia dei contributi sindacali secondo il meccanismo della ritenuta diretta operata dal datore di lavoro non più in virtù di un obbligo di legge bensì in virtù dell’autonomia negoziale espressa dalle parti stipulanti il contratto collettivo.Viceversa, l’esito del referendum ha determinato un evidente peggioramento della situazione per quanto concerne i sindacati non firmatari, la cui pretesa non è più assistita dalla fonte legale (art. 26, co. 3°).
Per i lavoratori iscritti a sindacati non firmatari, dottrina e giurisprudenza si sono nuovamente divise sulla riconduzione dell’operazione in questione alle due diverse categorie del diritto civile, ossia alla delegazione di pagamento ( artt. 1268 e 1269 c.c) o, in via alternativa, alla cessione del credito ( artt. 1260 e ss. c.c.): a favore dell’una e dell’altra proposta interpretativa militano argomenti letterali e logici di pari dignità e coerenza e, per altro verso, sulla base della riconducibilità all’uno o all’altro istituto derivano conseguenze ed effetti diametralmente opposti, sia sul piano delle relazioni sindacali che dei rapporti datore-lavoratore.
La questione è , pertanto, giunta in tempi più recenti all’attenzione della giurisprudenza di legittimità dando luogo, anche in questa sede, ad orientamenti contrastanti. Il contrasto ha determinato l’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte , le quali hanno preso posizione nettamente a favore della tesi della cessione del credito. Sennonché, in un importante passaggio della motivazione della sentenza, le Sezioni Unite hanno precisato che il principio riguardante la configurabilità della cessione del credito valeva per le fattispecie cui si applicava il regime normativo vigente sino al 31 dicembre 2004. Dunque, sorge il dubbio che il principio della cedibilità della retribuzione per il pagamento dei contributi sindacali non sia più compatibile con il mutato contesto normativo. Neanche la chiara presa di posizione delle Sezioni Unite ha impedito il levarsi di voci contrarie presso la giurisprudenza di merito già nell’immediatezza. Sembra proprio che la tormentata questione dei contributi sindacali sia ancora ben lontana da una sua netta e limpida definizione.

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INTRODUZIONE Le associazioni sindacali necessitano di ingenti mezzi economici per lo svolgimento delle loro funzioni indicate dalla Costituzione e specificate negli statuti. Ed infatti oltre alle spese generali, riguardanti l’amministrazione delle associazioni medesime e i loro numerosi dipendenti, vi sono quelle per i periodici, per i costi di formazione degli attivisti ecc. 1 . Per far fronte a queste spese, i sindacati provvedono in vario modo al proprio finanziamento dotandosi, al pari delle altre associazioni, di un fondo comune alimentato – in misura predominante – dai conferimenti degli associati. I conferimenti possono essere di diversa specie. In generale essi comprendono qualunque apporto positivo per il perseguimento dello scopo dell’associazione 2 : di solito essi hanno per oggetto somme di denaro, ma possono anche consistere nell’attribuzione della proprietà di determinati beni o diritti particolari, o nell’assunzione di obbligazioni di fare da parte dell’associato nei confronti dell’associazione, quale, ad esempio, di prestare la proprietà attività. 1 P. CIPRESSI, I contributi sindacali, in Riv. dir. civ., 1971, I, p. 52 ss.; G. GHEZZI, La responsabilità contrattuale delle associazioni sindacali: la parte obbligatoria del contratto collettivo, Milano, Giuffrè, 1963, p. 354; S. SPANO, Libertà ed autosufficienza economica dei sindacati, in Riv. dir. lav., 1963, I, 133 ss. 2 D. RUBINO, Le associazioni non riconosciute, Milano, 1952, p. 161. 3

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Parole chiave

art. 26 statuto dei lavoratori
cessione del credito
contributi sindacali
delegazione di pagamento

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