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Separazione delle carriere. Pubblico Ministero e obbligatorietà dell'azione penale.

Introduzione

La “riforma della giustizia” è ormai all’ordine del giorno del programma politico di ogni partito. L’obiettivo ufficiale consiste nel migliorare l’efficienza della giustizia italiana, garantire un giusto processo in tempi ragionevoli, migliorare la professionalità dei magistrati. In realtà, le riforme degli ultimi anni si sono concentrate sulla figura del pubblico ministero, il titolare esclusivo dell’azione penale nel nostro ordinamento, nei cui confronti dovrebbe essere operata la separazione dalla carriera di giudice.
Il presente elaborato analizza gli argomenti posti a fondamento della separazione delle carriere, anche attraverso la disamina e il confronto con gli ordinamento democratici europei, e le obiezioni mosse dalla dottrina contraria e dalla Magistratura.
Consensi maggiori trova l’opportunità dell’inserimento della separazione delle funzioni, idonea a garantire quella professionalità reclamata dei magistrati, e che il Consiglio superiore della magistratura non è in grado di assicurare, come ha dimostrato l’esperienza storica.
Negli ultimi anni sono state varate le tanto auspicate riforme dell’ordinamento giudiziario: la legge n. 150 del 2005 e i decreti delegati seguenti, che hanno introdotto la separazione delle funzioni, e la legge n. 111 del 2007, che si è posta in soluzione di continuità con la prima, salvo introdurre dei correttivi volti a restituire indipendenza al pubblico ministero.
Il dibattito sul ruolo del pubblico ministero investe anche il principio di obbligatorietà dell’azione penale, la cui realizzazione in concreto è difficile da attuare. La dottrina ha avanzato varie soluzioni, incentrate su tre binomi: obbligatorietà-discrezionalità dell’azione penale, indipendenza-dipendenza del pubblico ministero, personalizzazione o burocratizzazione degli uffici.

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I Introduzione La “riforma della giustizia” è ormai all’ordine del giorno del programma politico di ogni partito. L’obiettivo ufficiale consiste nel migliorare l’efficienza della giustizia italiana, garantire un giusto processo in tempi ragionevoli, migliorare la professionalità dei magistrati. In realtà, le riforme degli ultimi anni si sono concentrate sulla figura del pubblico ministero, il titolare esclusivo dell’azione penale nel nostro ordinamento, nei cui confronti dovrebbe essere operata la separazione dalla carriera di giudice. Il presente elaborato analizza gli argomenti posti a fondamento della separazione delle carriere, anche attraverso la disamina e il confronto con gli ordinamento democratici europei, e le obiezioni mosse dalla dottrina contraria e dalla Magistratura. Consensi maggiori trova l’opportunità dell’inserimento della separazione delle funzioni, idonea a garantire quella professionalità reclamata dei magistrati, e che il Consiglio superiore della magistratura non è in grado di assicurare, come ha dimostrato l’esperienza storica. Negli ultimi anni sono state varate le tanto auspicate riforme dell’ordinamento giudiziario: la legge n. 150 del 2005 e i decreti delegati seguenti, che hanno introdotto la separazione delle funzioni, e la legge n. 111 del 2007, che si è posta in soluzione di continuità con la prima, salvo introdurre dei correttivi volti a restituire indipendenza al pubblico ministero. Il dibattito sul ruolo del pubblico ministero investe anche il principio di obbligatorietà dell’azione penale, la cui realizzazione concreta è difficile da realizzare. La dottrina ha avanzato varie soluzioni, incentrate su tre binomi: obbligatorietà-discrezionalità dell’azione penale, indipendenza-dipendenza del pubblico ministero, personalizzazione o burocratizzazione degli uffici.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Silvia Macelloni Contatta »

Composta da 257 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3187 click dal 19/02/2010.

 

Consultata integralmente 27 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.