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Tutela civilistica dei dati personali

Con il termine “riservatezza” si suole indicare quell’interesse, giuridicamente tutelato, volto ad impedire che altri possano carpire informazioni riguardanti la sfera privata che ognuno ha convenienza e cura di tenere nel totale segreto o di condividere con una cerchia ristretta di persone. Il sentimento naturale che sottende all’esigenza di porre una linea di demarcazione fra la sfera di ciò che deve rimanere privato e l’insieme delle informazioni che invece possono essere conosciute da altri soggetti, trova le sue radici in un bisogno fisiologico, proprio di ogni essere umano, di diversificare se stesso dalla realtà circostante ed in particolare dagli altri esseri viventi, nell’intento di affermare la propria identità personale distinta da quella di altri.
Occorre, in altri termini, evitare che vi sia un accrescimento delle altrui possibilità di interferire o modificare le condizioni non solo fisiche, ma anche psicologiche del soggetto interessato, di usare a proprio vantaggio notizie che possano porre il soggetto cui si riferiscono in condizioni di svantaggio o inferiorità o debolezza, con conseguente lesione del principio di uguaglianza e delle pari opportunità nel contesto competitivo generale.
Tale esigenza, sentita non solo dalle persone fisiche, ma anche dagli organismi sociali autonomi più complessi, quale che siano - famiglia, persone giuridiche, associazioni, enti - può atteggiarsi diversamente ed essere sentita secondo la collocazione sociale dell’individuo o dell’organismo e del ruolo che gli stessi siano chiamati a svolgere.
Non vi è dubbio che una società urbana ed industrializzata offre possibilità di anonimato e di isolamento morale che non si realizzavano in una società rurale, caratterizzata da una vita prevalentemente comunitaria.
Infatti, i progressi della tecnica e dell’organizzazione sociale hanno aperto all’ingerenza altrui possibilità prima inimmaginabili.
Dunque, la questione relativa alla tutela della vita privata del soggetto - nella molteplicità di aspetti che questa esprime - e da cui sorge un diritto alla riservatezza - si è estremamente evoluta, pur non senza difficoltà, in rapporto alla rapida evoluzione e trasformazione degli strumenti tecnici di acquisizione, elaborazione e diffusione della notizia. Tale problematica, in particolare, concerne la ricerca dei limiti di legittimazione delle attività dirette a conseguire notizie, e più specificamente l’individuazione di precisi limiti di legittimazione alla loro elaborazione e diffusione.
Un tempo, la lentezza delle trasmissioni delle informazioni, nonché la difficoltà di raccogliere materiale toccava solo sporadicamente l’esercizio delle libertà fondamentali di un individuo; ma l’introduzione delle nuove tecnologie ha reso la velocità di trasmissione del dato sempre più vertiginosa.
A tale situazione è seguita l’esigenza di indirizzare l’analisi verso strumenti di tutela dell’interesse alla riservatezza fondata sul controllo del modo e delle tecniche d’acquisizione e diffusione del dato, e, correlativamente, sul controllo sociale - lato sensu inteso - dei mezzi di comunicazione di massa.
Se è vero, dunque, che le tecnologie riguardanti il corpo – quali gli strumenti di indagine e di ricerca - sono portatrici d’enormi opportunità terapeutiche e che le tecnologie elettroniche assurgono a strumenti di liberazione dai vincoli del tempo e della distanza, esse non potevano continuare ad essere regolate da una legislazione oramai inadeguata, e ne esigevano una nuova.
Il legislatore ha, quindi, con la l.675/96, ritenuto necessario procedere ad una revisione radicale facendo in particolare fronte ad esigenze in precedenza non avvertibili, soprattutto a causa della diversa dimensione etico-sociale della problematica stessa. Questi ha dunque offerto, nella circostanza, una concreta risposta a tutte le istanze e questioni sorte negli anni precedenti per merito della dottrina e della giurisprudenza, riguardanti la tutela della persona anche rispetto al trattamento dei dati personali.
Finalità essenziale della legge 675/96, dunque, non è la protezione diretta ed esclusiva del dato, ma attraverso questa, quella della persona nella sua unicità.
Tale nuova disciplina legislativa assolve il compito di dettare limiti all’utilizzazione delle informazioni che riguardano la persona, offrendo strumenti giuridici utili alla tutela della persona stessa dagli effetti pregiudizievoli che derivano dall’acquisizione e circolazione delle informazioni in nome di quella necessità di riserbo che rappresenta un’indispensabile esigenza biologica dell’essere uomo.

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INTRODUZIONE La fruizione di periodi di isolamento, materiale e psicologico, è un’esigenza biologica dell’uomo, sicché può ben affermarsi che l’aspirazione a spazi di libertà sottratti ad ingerenze altrui è eterna, quale che sia il contesto socio-economico in cui l’individuo opera 1 . Dunque, l’esigenza di riserbo, costituendo una necessità addirittura biologica dell’uomo, è un aspetto inalienabile della persona umana. Con il termine “riservatezza” si suole quindi indicare quell’interesse, giuridicamente tutelato, volto ad impedire che altri possano carpire informazioni riguardanti la sfera privata che ognuno ha convenienza e cura di tenere nel totale segreto o di condividere con una cerchia ristretta di persone. 1 Cfr. WESTIN A.F., “Privacy and Freedom”, Atheneum, New York, 1970, p. 8.

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Informazioni tesi

  Autore: Fabio Pesce
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Fabrizio Marinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 222

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Parole chiave

tutela della privacy
garante della privacy
diritto civile
tutela della riservatezza
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tutela dei dati personali

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