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Affidamento extrafamiliare e segreti: quali diritti e quali doveri per i soggetti coinvolti?

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Bovolato
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Servizio Sociale
  Relatore: Joelle Long
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 84

In questo lavoro ho individuato e analizzato i diversi segreti esistenti nell’affidamento familiare, distinguendoli con riferimento sia ai soggetti coinvolti sia all’oggetto. Innanzitutto ritengo utile la definizione di segreto: “elemento precluso alla conoscenza altrui, con l’idea implicita di una limitazione esclusiva a un ambito ristretto. In alcuni casi, si accentua l’idea di un’accessibilità limitata” . In termini giuridici il termine segreto “realizza uno stato di fatto garantito dal diritto per cui una certa situazione non può essere liberamente conosciuta al di fuori di un ambito circoscritto” . Alla luce della riflessione su quanto esaminato ho individuato i seguenti segreti: il segreto professionale, il segreto deontologico, il segreto d’ufficio. Tali segreti sono funzionali al rispetto della riservatezza dei soggetti coinvolti: la famiglia d’origine, il minore e la famiglia affidataria. Pertanto nell’affidamento familiare è opportuno che l’assistente sociale tuteli le parti coinvolte per quanto concerne i loro dati personali, i quali devono essere trattati con riservatezza verso i terzi (ad esempio i dati della famiglia d’origine da tutelare verso la famiglia affidataria).
Pensare ai segreti dell’assistente sociale, infatti, può indurre a concepire un’idea di limite e divieto, in quanto sono considerati in primo luogo come l’obbligo di non rivelare o divulgare elementi conosciuti nell’ambito esclusivo del lavoro professionale. Tali doveri di segretezza dell’assistente sociale, allo stesso tempo sono limitati dal diritto all’informazione e all’accesso alle proprie documentazioni da parte degli utenti dei Servizi Sociali. Com’è noto, infatti, il diritto all’informazione agli utenti, oltre a favorire un rapporto di fiducia tra gli stessi e l’assistente sociale, attua il principio di trasparenza contenuto nella legge n. 241/1990 che disciplina l’accesso alle proprie documentazioni.
Tra i dati personali trattati dall’assistente sociale nei casi di affidamento familiare vi sono dati sensibili idonei a rivelare “l’origine etnica” e dati riferiti alla sfera privata dell’utente idonei a rivelare lo “stato di salute” della persona (patologie attuali o pregresse, terapie in corso)” , in quanto la comunicazione di questi dati “è ammessa soltanto se indispensabile allo svolgimento dei compiti individuati e per il perseguimento delle finalità stabilite” . Talvolta anche tali dati sensibili devono essere comunicati a terzi, infatti, il trattamento dei dati sensibili da parte dei soggetti pubblici è autorizzato “per il perseguimento delle finalità per le quali il trattamento è consentito” (art. 22 Codice della privacy).
Di conseguenza, mi pare evidente si possa affermare che questo diritto all’informazione richiesto dall’utente e il dovere di segretezza dell’assistente sociale non sono inconciliabili tra loro, poiché in questi casi vi è una deroga del segreto professionale e quindi, la rivelazione di notizie da parte dell’assistente sociale non può essere considerata una violazione del segreto, in quanto tali informazioni sono comunicate nell’interesse del minore in affidamento.
All’interno di questo lavoro ho individuato in particolare, alcune situazioni in cui si presenta il dovere da parte dell’assistente sociale d’informare gli utenti in merito a notizie necessarie ai fini dell’intervento:
a) Notizie riguardanti la famiglia d’origine, fornite alla famiglia affidataria per la cura e la salute del minore.
b) Notizie riguardanti la situazione del minore e accesso alla propria cartella sociale da parte dello stesso, per permettergli di conoscere la propria vicenda nel periodo precedente e durante la durata dell’affidamento.
c) Notizie riguardanti il caso in carico e accesso alle documentazioni (cartella sociale), fornite ad altri operatori coinvolti nel caso.

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Il mio lavoro è dedicato all’affidamento extrafamiliare, con particolare riguardo al trattamento dei dati personali relativi ai soggetti coinvolti, ossia la famiglia d’origine, la famiglia affidataria e il minore. In attinenza con il mio corso di studi ho esaminato il trattamento dei dati personali da parte dell’operatore socio-sanitario degli enti socio-assistenziali territoriali. Le fonti normative a cui ho fatto riferimento sono il Codice della privacy per quanto riguarda il trattamento dei dati personali degli utenti da parte dei soggetti pubblici (artt. 18 e ss), l’art. 1 della legge 119/2001 concernente il segreto professionale dell’assistente sociale e il Codice deontologico degli assistenti sociali, in particolare al Titolo II Capo III artt. 17-23. Dal punto di vista dell’assistente sociale, si pone una sorta di “dilemma” che consiste da un lato nel rispetto del segreto professionale, deontologico e del segreto d’ufficio e dall’altro nel rispetto del diritto all’informazione da parte dei soggetti coinvolti. Pensiamo per esempio alle informazioni riguardanti la sieropositività del bambino o del genitore: la legge 5 giugno 1990, n. 135 in materia di prevenzione dell’Aids afferma che l’accertamento della sieropositività deve essere dato esclusivamente all’interessato, ma qualora si tratti di minori è necessario che l’assistente sociale fornisca alla famiglia affidataria tutte le informazioni necessarie in merito alla condizione del minore, in quanto gli affidatari devono provvedere alla cura della salute dello stesso (Carta dei diritti del bambino sieropositivo). Pertanto nonostante tali informazioni possano ledere la riservatezza della famiglia d’origine, l’assistente sociale non può omettere notizie necessarie che devono essere comunicate nell’interesse del minore in affidamento. Contributo della dottrina: la questione del diritto all’informazione riguarda ovviamente ogni utente dei Servizi Sociali, ma me ne sono occupata con particolare riguardo al minore in affidamento. In merito l’autore Chistolini M. (psicologo) sottolinea l’importanza del diritto del minore ad acquisire tutte le informazioni riguardanti sé stesso e la propria famiglia per permettergli di costruire una propria identità attraverso la conoscenza della propria storia personale, in particolare durante il periodo di permanenza in affidamento durante l’infanzia o l’adolescenza. Perciò se il diritto all’informazione del minore può essere in conflitto con il diritto alla riservatezza di altri soggetti coinvolti, è necessario analizzare la situazione in cui esso si trova per valutare se le notizie sono dovute. In merito l’autore considera il criterio di rilevanza, ossia quanto il fatto sia rilevante nella vita del bambino. Contributo della giurisprudenza : un buon esempio dal punto di vista della rilevanza delle informazioni è un’interessante controversia sottoposta all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo, il “caso Gaskin c. Regno Unito” (sentenza del 7 luglio 1989). Il richiedente, dopo il decesso della madre, è stato in affidamento con diverse famiglie affidatarie da quando aveva 1 anno fino alla maggiore età. Il ragazzo sosteneva di aver subìto maltrattamenti nel periodo trascorso in affidamento e pertanto, ormai maggiorenne richiedeva l’accesso alle proprie documentazioni conservate dai Servizi Sociali al fine di conoscere il proprio passato e superare le attuali difficoltà dovute alla mancanza di informazioni relative al proprio vissuto. Inizialmente il giudice aveva concesso all’interessato di accedere al proprio dossier personale, tranne per le parti relative ai documenti dei medici e delle forze di polizia, in quanto affermava che tali documenti potevano contenere informazioni riguardanti i medici, gli insegnanti e gli affidatari del richiedente e che quindi dovevano essere trattati in modo confidenziale. I Servizi Sociali richiedevano una restrizione per proteggere i loro documenti personali, ma il Ministero della Salute e della Sicurezza aveva inviato loro una circolare nella quale veniva esplicato che gli utenti dei Servizi Sociali possono prendere conoscenza di sé stessi tramite i dossier e perciò essi sono ammessi all’accesso dell’interessato. Con la successiva entrata in vigore del regolamento del 1989 sull’accesso ai

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