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L'arte come fotografia: educare al silenzio

Informazioni tesi

  Autore: Luca Peroni
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
  Corso: Televisione, cinema e produzione multimediale
  Relatore: Giovanni Chiaramonte
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 211

L’aumento della quantità d’immagini ha oltrepassato una soglia di qualsiasi misurabilità e vera fruizione. Il significato affoga nel flusso ed è annientato dentro un rumore di fondo privo di senso, rispetto alle dinamiche dell’esistenza personale e sociale. La parola e l’immagine nate per ritagliare un senso dal mondo e manipolarlo, perdono significato e si ritraggono. Giunte all’overdose di significazione, la parola e l’immagine si aprono al silenzio. Dietro il rumore, invece continuano a celarsi le nostre ansie, le nostre paure, di ascoltare, di pensare, di criticare. La soluzione tuttavia è semplice, si deve recuperare il silenzio e dare a questa esperienza un valore maggiore per la nostra vita.

Tra i vantaggi possibili, il più importante, è che riscopriamo l’ascolto autentico, una risorsa umana necessaria, efficace, ricercata ma paradossalmente sempre più scarsa. Il silenzio ci permette di maturare una modalità di vita più equilibrata e integrata, dalla quale scaturiscono, consapevolezza e conoscenza. Esiste, quindi, una relazione precisa, tra silenzio e ascolto, un rapporto etico ed estetico. Chi impara a conoscere il silenzio, riconosce automaticamente la bellezza, il fascino, la forza dell’ascolto; “ovvero la forza dell’essere rispetto al fare e al consumare ” insomma “Si diventa più consapevoli di quello che accade dentro di noi, e della soggettività del nostro percepire. ”

I fotografi d’arte l’hanno capito da un pezzo, ed è per questo, che ho fatto appello a loro, per dimostrare la mia tesi: “Lo stato dell’ascolto è il contenuto estetico del silenzio e diventa lo statuto fondante di uno sguardo educativo.” L’arte come fotografia, insomma, diventa: “strumento di rappresentazione e contemplazione […] un mezzo per uscire dai simulacri e dalle proiezioni illusorie del sistema mediatico contemporaneo […] per poter distinguere l’identità precisa dell’uomo, delle cose, della vita. ”
I grandi fotografi, quindi, ci insegnano che la fotografia è il mezzo ideale per ritrovare un corretto stato dell’ascolto perché l’arte come fotografia è mezzo di silenzio. L’arte come fotografia ci educa al silenzio.

Nella società dell’informazione eccessiva, delle immagini, del rumore, del flusso, la fotografia d’arte va controcorrente. Essa ci mostra una nuova strada, che conduce alla soluzione di molti problemi comunicativi dell’uomo moderno. Tuttavia, detto questo, non escludo altre strade magari più facili da percorrere.
Nel seguente lavoro la soluzione che ho indagato è stata dimostrabile ma racchiusa nello spazio esclusivo tra opera e fruitore. Un luogo, immateriale, ideale, una semiosfera, entro la quale la realtà esterna incontra quella soggettiva. Ho dimostrato, al riguardo che solo all’interno di un’architettura silenziosa, facciamo davvero i conti con l’interiorità. E quindi con un ascolto autentico. Ogni fotografia, quindi, diventa inevitabilmente un palcoscenico, su cui avviene una continua rielaborazione emotiva e cognitiva degli eventi. Il fruitore utilizza questo processo, per costruire il significato dell’immagine ma diventa anche una cornice d’ipotesi, entro la quale si ri-significa il nostro rapporto con gli altri.
É dentro questa semiosfera che vedo la possibilità di un’educazione all’immagine. É dentro un’architettura del silenzio che vedo la possibilità di insegnare l’ascolto. É da questo spazio immateriale che si può insegnare all’uomo contemporaneo, quando e come fare il deserto attorno a sé. Gli adulti del domani, dopotutto, hanno bisogno di immaginare e sognare con le immagini, senza però venire colonizzati da una civiltà di simulacri. La pratica fotografica, incontra senza ombra di dubbio le mancanze dell’Homo Videns, ovvero il moderno abitante della società dei flussi.

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7     Per uno statuto visivo Charles C. Ebbets - Lunch Atop a Skyscraper, 1932 Osservo spesso questa fotografia nello studio di casa. Ogni volta che il mio sguardo la incrocia, la mia attenzione è rapita. I dettagli sembrano infiniti e stimolano la mia l’immaginazione. Cosa stavano mangiando? Che vita avevano? Cosa si stavano raccontando in quel momento? Dentro questa immagine non c’è solo un particolare che mi colpisce, ma infiniti. Non percepisco tanto, il bello o il brutto della composizione ma allora, cosa mi stuzzica? Perché? Può insegnarmi qualcosa questo scatto? Per darmi una risposta capisco di dover possedere delle competenze. Devo imparare prima, a leggere l’immagine, così come un lettore di romanzi fa con la scrittura. Voglio imparare a vedere, in modo, intenso, profondo, “autentico”

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