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New York subway: rumori e creatività sotterranea tra fine anni '70 e anni '80

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Di Sessa
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Guelfo Tozzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 72

Cosa trascina con sé un’ondata di memorie perdute, lamenti, esperienze vissute ai margini dei quartieri delle “streets” e delle “avenues”, sui marciapiedi di quel contenitore di immagini, ambizioni e tendenze più vivido e dissacrante del pianeta terra che è New York ? La risposta è un crogiuolo di sensazioni, un boom di esperienze e pulsioni profonde che assumono la portata di attitudini artistiche, una creatività incontrollabile che si spinge verso la ricerca continua di forme estreme attraverso cui manifestare la disperazione, alla ricerca di un uditorio disposto ad ascoltare voci provenienti dal nulla che tentano di ritagliarsi uno spazio nel marasma caotico del territorio urbano e suburbano. Siamo a cavallo tra anni 70’ e anni 80’, nel cosiddetto periodo cruciale da cui prenderà il via la fase più acuta della sperimentazione, cercata e fortemente voluta in qualsiasi campo artistico. La ricerca della soluzione anticonformista svestiva ogni forma d’arte – dal cinema alla musica, dalla pittura al teatro e alla letteratura – dei suoi panni tradizionali. Volendo azzardare, la strada assurgeva al ruolo di vera musa ispiratrice per ciascuna tendenza artistica, ed era per strada che l’arte veniva esibita e consumata prepotentemente, mentre nei club sotterranei chitarre dure e voci graffianti replicavano il “rumore” della concitazione paranoica metropolitana. Il profilo dell’artista in voga ricordava, per costrizione nello stile e per le movenze seducenti, il più acclamato apparire dei “bohèmiens”. L’intellettualismo e la sciattezza girovagavano mano nella mano su e giù per le strade, lasciandosi colpire dal bagliore dei marciapiedi, e coinvolgere dagli odori nauseabondi della città decaduta nel disordine civile della violenza denunciata ad ogni angolo di strada. Ecco che dalla 14° strada al Financial district, dal Lower east side a Soho passando per il Bronx, scorrendo tra le linee oscure e dispersive, ma allo stesso tempo affollate e chiassose della subway, tra ghetti sfigurati e sobborghi perduti, vive il lato profondo di New York, quello lontano dall’immagine fenomenale degli skylines situati nei centri di potere economico; Il downtown non era solo una semplice distinzione fisica, una delimitazione geografica che lo discostava dai luoghi alti ed affermati del circuito socialmente ineccepibile dell’ uptown, piuttosto un luogo simbolico di protesta e provocazione che si riversava subdolamente sul versante del politicamente scorretto, manifestandosi nell’assoluta necessità di fare rumore, nel desiderio latente di smuovere le coscienze dal torpore del tradizionalismo, trasmettendo ai volti anonimi della folla impazzita dal clamore urbano, che si può emergere dagli abissi delle fogne sotto il grido di un unico impulso corale: IO ESISTO.

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LA CITTÀ VISTA IN METROPOLITANA La subway aprì le porte nel 1904, dopo circa 16 anni di lavoro. Lo scopo era facilitare il trasporto urbano di enormi masse di cittadini che dovevano spostarsi da una zona all’altra della città nel minor tempo possibile. Si trattava della soluzione più efficace per lo smaltimento del traffico e decongestionamento urbano. La costruzione di tunnel, di sopraelevate e interrati, cambiò volto alla città, apportando profonde modificazioni alla percorribilità e vivibilità del territorio. Si può dire che il nuovo mezzo costituì da subito l’asse portante del servizio di trasporto urbano, prevedendo

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