Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

La Napoli letteraria di fine 800

Nel primo capitolo viene analizzata la situazione partenopea post-unitaria dal punto di vista culturale e politico, mettendo in risalto sia l’azione di uno specifico gruppo intellettuale, gli “hegeliani di Napoli”, i quali, grazie ai loro maggiori rappresentanti, Francesco De Sanctis e Bernardo Spaventa, riuscirono ad ovviare ai problemi insorti con la costruzione dello stato unitario, compiendo il tentativo audace di sottrarre la cultura filosofica e letteraria italiana al provincialismo ancora imperante; sia l’azione di una nuova classe colta emersa dal travaglio confuso degli anni ‘60-‘70, diretta da un lato contro le teorie anarchiche antistataliste, dall’altro alla difesa del Risorgimento, come la grande rivoluzione italiana che aveva dato vita allo stato unitario.
E’, inoltre, qui affrontato anche il problema del generale impoverimento qualitativo e quantitativo della produzione artistica locale e la conseguente condizione di progressivo isolamento ed emarginazione in cui vennero a trovarsi gli artisti napoletani all’indomani dell’Unità, principalmente a causa della dismissione del tradizionale ruolo di capitale che la città raggiunse con i Borboni nella metà del Settecento.
All’interno di questo panorama un ruolo importante svolse, all’alba del nuovo secolo, la “Critica” di Benedetto Croce, nella quale lo stesso autore evidenzia come in questo periodo oscuro per tutta la cultura meridionale, qualche barlume di luce potesse individuarsi: nell’ideazione di una società napoletana; nel sorgere di una letteratura d’arte; nello sviluppo della lirica dialettale; nell’affermazione del giornalismo quotidiano.
A tal proposito viene affrontato il discorso sulla nascita del giornale moderno negli anni ’30 dell’Ottocento con la cosiddetta rivoluzione della Penny Press negli Stati Uniti, e come, con l’avvento dell’Unità, si sia evoluto questo nuovo mezzo d’informazione sia dal punto di vista formale che strutturale.
Ovviamente anche Napoli partecipò al fervore editoriale nazionale: la testata maggiore fu senza dubbio il “Mattino” tenuto a battesimo, dal marzo del 1892, dalla già consolidata coppia del giornalismo nazionale: Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao. Con loro si muoveva anche Gabriele D’Annunzio, che, durante il suo biennio di soggiorno a Napoli, collaborò al “Mattino” e scrisse la sua unica poesia in dialetto napoletano tra i tavolini del famoso Caffè Gambrinus, uno dei maggiori luoghi della cultura europea del secondo Ottocento, nonché punto d’incontro, per più di un decennio, di tutte le più eminenti figure di Napoli.
Oltre al “Mattino”, tra i quotidiani napoletani post-unitari, quello che svolse una più ampia funzione di divulgazione culturale, fu “Il Piccolo”, fondato nel 1868 dal giornalista e letterato Rocco De Zerbi. La consistenza della cultura letteraria sul “Piccolo”, costituì una prova della vitalità della letteratura napoletana, della sua capacità di rinnovarsi attuando, attraverso il contatto con la letteratura nazionale e quella europea, un sicuro processo di sprovincializzazione.
In questo nuovo fervore post-unitario ci fu anche chi nei propri scritti presentava un’immagine di Napoli diversa da quella simbolica diffusa nell’immaginario comune e collettivo, intesa come regione dell’anima e della cultura, ma che invece offriva un’immagine infernale della città, nata proprio all’indomani dell’Unità. A tal proposito Ferdinando Russo si fece interprete di una napoletanità fuori dagli schemi, perciò si riconosceva in lui una vocazione più sincera e fedele al reale. Nonostante Russo frequentasse anche la Napoli letteraria che degustava nei caffè, egli riusciva a dare il meglio di sé nei versi dedicati alla malavita e alla criminalità organizzata napoletana, dalla quale derivò una produzione artistica, storica, sociologica e scientifica della malavita, in cui lo stesso Russo evidenziò la debolezza governativa a causa della quale la camorra è destinata a rimanere impunita, anche se, sempre guidato dal suo lucido realismo, non pensò mai che un credo politico potesse rivelarsi risolutivo ed efficace.
Il secondo capitolo, invece, analizza gli effetti che l’Unità d’Italia ebbe nel mondo editoriale napoletano, soffermandosi principalmente sulla questione della contraffazione e della pirateria, di cui Napoli era ed è il vero centro propulsivo.
Inoltre presenta il nuovo epicentro della Napoli ottocentesca, costituita dalla libreria “Detken e Rocholl” in Piazza del Plebiscito, e dal Circolo Artistico Politecnico, anche se continuò a sopravvivere il radicamento urbano-topografico nella vecchia “cittadella del libro”, cioè intorno all’area di San Biagio dei librai o alle vie parallele e perpendicolari, in quanto la stratificazione sociale ed urbana, le classi sociali più elevate, così come le più umili, vivevano ancora nella Napoli antica, per cui l’acquisto dei libri e lo scambio d’informazioni si svolgeva ancora nella vecchia cittadella del libro, sede anche dell’apparato universitario.

Mostra/Nascondi contenuto.
3 I. Napoli e la cultura post-unitaria

Laurea liv.I

Facoltà: Beni culturali

Autore: Anna Buonanno Contatta »

Composta da 76 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 4953 click dal 21/04/2010.

 

Consultata integralmente 7 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.