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L'apprendistato nella legislazione nazionale e regionale

Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Giuseppe Dellaquila
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Gaetano  Veneto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 121

Il contratto di apprendistato è davvero la soluzione? Quando si parla di giovani e lavoro, e più in particolare della difficoltà dei giovani italiani a trovare buona occupazione (cioè contratti "sani", che prevedano una retribuzione adeguata alle esigenze del lavoratore e che siano in linea con il suo grado di istruzione e le sue aspirazioni), spesso lo si invoca come forma contrattuale che potrebbe salvare la situazione.
L'apprendistato esiste da sempre: fino a qualche anno fa con questa parola si intendeva il periodo in cui un ragazzo molto giovane imparava un mestiere, spesso nella bottega di un artigiano, osservando e appunto apprendendo i gesti e le tecniche. Con la legge Biagi questo particolare contratto di «formazione lavoro» è stato e suddiviso in tre tipologie: la prima dedicata ai giovanissimi per il diritto-dovere di istruzione e formazione, con una durata massima di tre anni, la seconda «professionalizzante» per il conseguimento di una qualificazione attraverso una formazione sul lavoro e un apprendimento tecnicoprofessionale, con una durata variabile da due a sei anni, e la terza per «percorsi di alta formazione» per chi sta facendo l’università o altre forme di alta specializzazione.
Sulla carta si tratta di un'occasione molto vantaggiosa non solo per i ragazzi, che hanno la possibilità di fare una "formazione on the job" percependo un vero e proprio stipendio, ma anche per le aziende che possono contare su una quota contributiva molto bassa.
In un certo senso, l'apprendistato non è altro che uno stage provvisto di retribuzione e coincidente con l'inserimento lavorativo del giovane in formazione.

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3 INTRODUZIONE La riforma del mercato del lavoro Nel corso dell’ ultimo ventennio, le tipologie contrattuali flessibili hanno rappresentato il carattere dominante della legislazione attinente al mercato del lavoro e al rapporto di impiego. L’introduzione di una maggiore flessibilità ha rappresentato una “manifestazione di stabile trasformazione nelle tecniche di regolazione del mercato del lavoro ’’ 1 . L’obiettivo del legislatore è di realizzare un mercato del lavoro in grado di soddisfare le esigenze di tutti coloro che ogni giorno si rapportano al mondo del lavoro, tenendo presente anche le categorie di lavoratori in maggiore difficoltà. Difatti le prospettive dei giovani per un rapido accesso al mercato del lavoro, pure se migliorate negli ultimi anni grazie alle maggiori 1 Fra l’abbondante letteratura e senza pretesa di esaustività, cfr. D’ANTONA M., Occupazione flessibile e nuove tipologie del rapporto di lavoro, in D’ANTONA M., DE LUCA TAMAJO R., FERRARO G., VENTURA L. (a cura di), Il diritto, op.cit., pag.2; VENEZIANI B., La flessibilità del lavoro e i suoi antidoti. Un’analisi comparata, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 1993, n.58, pag.235; SCOGNAMIGLIO R., Lavoro subordinato e diritto del lavoro alle soglie del 2000, in Arg. Dir. lav., 1999, n.2, pag.279; PERULLI A., Le relazioni industriali e i due fronti della flessibilità, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 1986, n.29, pag.85 ss. Ad avviso di GAROFALO M.G., Deregolazione del mercato del lavoro, lavori atipici e diritti, in Riv. Giur. Lav., 1995, n.1, pag.301, la ricerca di flessibilità non è un fenomeno degli ultimi anni, ma è “una costante della rivoluzione industriale”.

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apprendistato
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